Manunzio



Gnifone & Bandone

Come tutti quelli che praticano lo still life (sin dai tempi analogici) si trova interesse per certe realizzazioni. Casomai, sempre in Era analogica, il difficile era nel mettere in pratica la luce: artificiale per convenienza ché non ci si poteva permettere i Bowens figurarsi gli svizzeri Elinchrom o artigianali in quel di Milano.
A proposito vi è stata e per molto tempo una disputa “teologica” sui i flash da usarsi: a generatore o monotorcia? Terzi di diaframma (!) temperatura colore incostante tra sistemi (!) l’arrivo di astronavi aliene…quel che vi pare. Chiusa parentesi.
In Era digitale è tutta na discesa a patto di sapere anzitutto il proprio nome per chi intende. Vale a dire la “facilità” della codifica 0/1 la capisci se sai, di nuovo, il tuo nome: storia paisà e lascia stare Pshop o à la page Lr e soprattutto il Raw, che tanto poi…sta mazza. Ecco perché si firma ogni articolo “postale” con quattro cifre finali, sempre per chi non ha testa a spartir orecchie!
Siché e finiamo basta un po’ di “cerone e peli” posticci per fare, comunque, una foto interessante: certo se il manufatto che sia invece di chiamarsi Antonio lo chiami Carlo, eh…Già proprio così: non è bello (falso) ciò che è bello ma quello che piace falsa + mente! Certo se poi lo scatto e di una entità fantasmatica a nome Gastel o alla Toscani…cherchez la femme!

Un set di pochi spiccioli


Man fotografo sin dal 1969


Ps. Poi arrivarono gli IFF monotorcia economici (cinesserie antelietteram?) che acquistammo e funzionarono senza mai dare problemi…tranne per alcuni “pro” che a mezzo stampa (Milano cominciava più che bere a tracannare da cane) ne decretarono la fine di un buon prodotto italiano: il problema!

Pss. A Milano venivano fabbricati oltre ai banchi ottici Fatif 10x12 e 20x25 generatori che ricordiamo chiamarsi Eurotodde Srl, usati in molti studios, cui sito del produttore sembra essere "offline"

Sessantotto e dintorni...figli di fiori (ma non troppo)




Siamo l’unico studio fotografico cittadino che ha, tramite giornalista, la vetrina sulla Main street che espone fatti di cronaca in tutte le sue variazioni tonali, e bianconero. E mentre si è in momento di pausa con, a latere, il Baffo patron del laboratorio chi scrive l’amico di infanzia Diego e Luciano, gran figlio di…che ha un aspetto serpiforme e viscido (di nome e di fatto) eccoti sopravvenire Gabriele, no l’Arcangelo, ma un fotografo Beat Generation che di cognome fa Agamamennone!
Insomma, e siamo in pieno inverno con neve, il figlio dei fiori che calza scarpe da ginnastica e tiene in spalla una Canon Ftb e portafiltri Kokak che la rende ancor più enorme, tiene in mano una bottiglia. E direte tutto qua? No è che è di Ace, si, la candeggina. Vuota certo ma come questuante chiede di riempirla di bagno.
Ora per quelli che manco sanno come si chiamano, spieghiamo che per bagno s’intende, e parliamo di bianconero, dello sviluppo usato per la stampe del cartoncino fotografico trattato in camera oscura.
E meno male che c’è Luciano che conosce Gabriele (che di nome fa sempre Agamennone, sì, come il greco dell’Iliade, ma qui a queste latitudini) mi chiede di riempirgli il bidoncino. E’ inutile dire che il Baffo si strofina pollice ed indice nella posa cash, ma con Luciano presente la cosa finisce lì; anzi “pagherà la prossima volta” una saetta uno sguardo in tralice alla volta del patron che, adesso, guarda altrove

Man


Ps. Il bagno di sviluppo che preparo, sono l’addetto alla chimica del laboratorio e nessuno fiata, è più simile ad un rimedio omeopatico, qui diluito alla miliardesima volta e da decenni sempre quello, se dò conto al Baffo. Invece tutte le mattina prima della seduta (resto in piedi per ore ed ore) di stampa cosiddetta penso a rigenerare abbondantemente il bagno di sviluppo. Questo il Baffo, vedessi la di lui moglie Rachele (come la moglie di Mussolini) sposata perché proprietaria, che fa aggio su la sua bruttezza di megera,insomma di quei quadretti alla Totò & Peppino nella Banda del torchio, che vorrebbe lo sviluppo eterno: alla cassa prego!

Pss. Il portafiltri Kodak in plastica di colore grigio chiaro, era l’equivalente odierno Cokin oppure Lee e compagnia cantando, solo che mentre quest’ultimi hanno filtri in vetro o di plastica dura, il Kodak che si serrava a qualsiasi obiettivo con viti esterne, sempre in plastica, usava gelatine o fogli sottilissimi a mo’ di filtro: tanto per il bianconero che per il colore, nel caso i famosi Wratten di correzione (blu/ambra) che capriolando su la temperatura colore (gradi Kelvin) se avevi in macchina colore daylight in macchina e dovevi fotografare con i faretti (i flash da studio Bowes verranno dopo che costavano già un capitale all’epoca) mica usavi, ed erano in produzione i film luce artificiale ma usati dai milanesi, le Tungsten, no. Ci azzeccavi il filtro ambra equivalente e te la cavavi. Oggi fa ridere la cosa, infatti su una qualsiasi digitale puoi scegliere il Preset adatto alla luce, o variare la “sensibilità”. E’ tutto dannatamente più semplice, quanto al fatto che se tutto questo impatta e come sul “fare” fotografia è danatissima Vexata quaestio, e qui non è il caso. Comunque fatevi un giro per Internet e da mettere mano nei capelli, anzi ci sono firme blasonate poi…non vi dico che, fatti vecchi, pensano di scimmiottare i giovani giocando con l’iPhone o Android che dir si voglia!
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