Manunzio


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Cibachrome (e non chiamatelo Ilfochrome)

Infatti così è passato alla storia (fotografica). Ciba e basta. Correva l’anno 1978 quando con due altri caballeros (fotografi) arrivammo a Mlan’ per il Sicof, così si chiamava il fotocinesalonedituttoedipiù.
Entrata a gratis per i fotografi di Mlan’ ma con noi a far cresta: sto piffero. Tanto facemmo e dicemmo e forse per disperazione altrui entrammo senza scucire un solo dané nella casba. Babele al confronto un giardino diciamo fatato per chi intende.
Breve allo stand di Ilford ci regalarono un borsone color “cacchina” lieve e con dentro tutti i manuali della Casa, e naturalmente del Cibachrome da trattarsi anche chez nous. Solo che i due caballeros si involarono allo stand di Hasselblad…i soliti esibizionisti a la page! Viceversa girammo in solitaria, sai che novità, alla ricerca di qualcosa che somigliasse a vaschetta termostata per il trattamento del Ciba. E lo trovammo, esausti, a fine giornata: mi rifiutai di tornare il giorno seguente in quella bolgia infernale, loro, sempre i caballeros e la Hasselblad! Insomma lor signori si erano mossi per la “svedese” e noi per tutto il resto e pure l’inglese, ecco, Ilford.
La prima serie di Ciba era dannatamente contrastata quella lucida (un filo di poliestere a mo’ di carta da stampa) un po’ meno la millepunti più maneggevole. Esperimentammo la Ciba e con discreti risultati, considerato che il Ciba era il supporto per le dia a muro, o gallerie fotografiche. Una pazzia se si immagina che la dia è già contrastata per costituzione fisica, diciamo così, e accocchiata al Ciba: ma l’arte è arte e va si rispettata! E sì era very nice per le gallerie fottografiche che già all’epoca fottevana alla grande (esempio Lanfranco Colombo Diaframma-Kodak in Via Brera de Milan’) e che digerivano la “plastica” Ciba per il semplice fatto che era carta di lunga conservazione grazie alla sbianca e non come la normale carta colori: si vabbè si fa tardi e per chi vuol sapere c’è Internet apposta. Uffa ai gradi, diceva il piccolo Principe, bisogna proprio dire tutto!
C’erano, tuttavia, dei lab che per la stampa Ciba creavano dal seipersei ai diecidodici (Gastell faceva eccezione con i ventiventicinque!) le “unsharp mask” che abbassavano il contrasto…ah come dite? Unsharp mask in Pshop et simila fa l’esatto contrario? E ben vi sta: fosse rimasta Urbi&Orbi la detta “maschera di contrasto” ok. No gli stramaledetti anglo-sassoni l’esatto contrario: allora atta taccatevi a sto c…ontrasto!
E tra i lab il mitico Graficolor all’epoca in Via della Bufalotta dell’Urbe. Uno degli stampatori filtrava (filtri colore per stampare) ad occhio nudo per stampe alla perfezione, indolenza romanesca a parte! E pure noi, s’è detto, ci provammo: senza testa colore ma inserendo di volta in volta nella “testa” dell’ingranditore o sotto l’obiettivo le gelatine, sempre della Ilford ché quelli di Kodak costavano un botto! Risultati artigianali nel senso autentico (a volte deteriore) di discreta fattura. Immagini a stampa che poi finivano su le riviste patinante e non: mica si poteva mandare in giro gli originali (nostri) seipersei di Zenza Bronica (altro mito). Vero è che i 135 si potevano duplicare a Mlan’ con la Duplicating Kodak, sebbene stramaledette filtrature poiché la pellicola era Tungsteno e bisognava filtrare né più né meno come per la comune stampa colore…eppure con un filtro di conversione (per capirsi la odierna taratura del bianco digitale!) anelli macro ottica Zeiss…casomai la prossima volta e se riesco a recuperare le prove, che stanno da qualche parte dell’archivio!
Man

Ps. La Ilford in seguito mise in commercio la seconda serie di Cibachrome, molto ma molto più morbido del precedente cui chimica andava smaltita in appositi bidoni e reagente per non far saltare, letteralmente, le tubature!

Sessantotto e dintorni...figli di fiori (ma non troppo)




Siamo l’unico studio fotografico cittadino che ha, tramite giornalista, la vetrina sulla Main street che espone fatti di cronaca in tutte le sue variazioni tonali, e bianconero. E mentre si è in momento di pausa con, a latere, il Baffo patron del laboratorio chi scrive l’amico di infanzia Diego e Luciano, gran figlio di…che ha un aspetto serpiforme e viscido (di nome e di fatto) eccoti sopravvenire Gabriele, no l’Arcangelo, ma un fotografo Beat Generation che di cognome fa Agamamennone!
Insomma, e siamo in pieno inverno con neve, il figlio dei fiori che calza scarpe da ginnastica e tiene in spalla una Canon Ftb e portafiltri Kokak che la rende ancor più enorme, tiene in mano una bottiglia. E direte tutto qua? No è che è di Ace, si, la candeggina. Vuota certo ma come questuante chiede di riempirla di bagno.
Ora per quelli che manco sanno come si chiamano, spieghiamo che per bagno s’intende, e parliamo di bianconero, dello sviluppo usato per la stampe del cartoncino fotografico trattato in camera oscura.
E meno male che c’è Luciano che conosce Gabriele (che di nome fa sempre Agamennone, sì, come il greco dell’Iliade, ma qui a queste latitudini) mi chiede di riempirgli il bidoncino. E’ inutile dire che il Baffo si strofina pollice ed indice nella posa cash, ma con Luciano presente la cosa finisce lì; anzi “pagherà la prossima volta” una saetta uno sguardo in tralice alla volta del patron che, adesso, guarda altrove

Man


Ps. Il bagno di sviluppo che preparo, sono l’addetto alla chimica del laboratorio e nessuno fiata, è più simile ad un rimedio omeopatico, qui diluito alla miliardesima volta e da decenni sempre quello, se dò conto al Baffo. Invece tutte le mattina prima della seduta (resto in piedi per ore ed ore) di stampa cosiddetta penso a rigenerare abbondantemente il bagno di sviluppo. Questo il Baffo, vedessi la di lui moglie Rachele (come la moglie di Mussolini) sposata perché proprietaria, che fa aggio su la sua bruttezza di megera,insomma di quei quadretti alla Totò & Peppino nella Banda del torchio, che vorrebbe lo sviluppo eterno: alla cassa prego!

Pss. Il portafiltri Kodak in plastica di colore grigio chiaro, era l’equivalente odierno Cokin oppure Lee e compagnia cantando, solo che mentre quest’ultimi hanno filtri in vetro o di plastica dura, il Kodak che si serrava a qualsiasi obiettivo con viti esterne, sempre in plastica, usava gelatine o fogli sottilissimi a mo’ di filtro: tanto per il bianconero che per il colore, nel caso i famosi Wratten di correzione (blu/ambra) che capriolando su la temperatura colore (gradi Kelvin) se avevi in macchina colore daylight in macchina e dovevi fotografare con i faretti (i flash da studio Bowes verranno dopo che costavano già un capitale all’epoca) mica usavi, ed erano in produzione i film luce artificiale ma usati dai milanesi, le Tungsten, no. Ci azzeccavi il filtro ambra equivalente e te la cavavi. Oggi fa ridere la cosa, infatti su una qualsiasi digitale puoi scegliere il Preset adatto alla luce, o variare la “sensibilità”. E’ tutto dannatamente più semplice, quanto al fatto che se tutto questo impatta e come sul “fare” fotografia è danatissima Vexata quaestio, e qui non è il caso. Comunque fatevi un giro per Internet e da mettere mano nei capelli, anzi ci sono firme blasonate poi…non vi dico che, fatti vecchi, pensano di scimmiottare i giovani giocando con l’iPhone o Android che dir si voglia!
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