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Homo photographicus (milanensis)

I agree anche o forse in ragione dei capelli bianchi, e di tante battaglie come veterano di camera oscura uso dire, che il titolo o meglio l’età una volta era privilegio, ora da spazzatura tout court, a meno che non riesci nei consumi e non ha importanza alcuna di cosa, basta che “stai” su la giostra degli acquisti viecch’ e ‘bbuon’; o fai il sempiterno viaggetto su a Milano a “comperare” un po’ di “cultura” a buon mercato prezzi modici e dal solito maistream(ing) poi come trofeo impaginato l’appendi al c...orridoio d’ingresso così che gli amici se lo “sentono”. Insomma fesso contento e pure pagante, a voler di sti signuri.

- Now, go to a show by a recent MFA grad or sit across the table from someone showing you their work at a portfolio review and things are very different. For most work there is absolutely no understanding possible without a written or verbal account of what the photographer is up to. I always have the sense that I am joining the telling of a story in the middle, trying to play catchup. Again, for most works, separate the photographs from the words and you have no ability to comprehend what is going on.This isn't always awful, as perhaps it is part of the evolution of the medium into a specialized category that leads to increased specificity and a clearer intent. But, and this is my main point, the photographs often aren't very good. It's as though photography has been sublimated to a necessary part of the total, that the words are the priority and the photographs somehow are ancillary or secondary and therefore not needing much attention. This resides perilously close to using the photographs as illustrations, really another field entirely…
…Of course, much of this is narcissism, self absorption, even making work with blinders
on
…-

A Disturbing Trend

Man fotografo sin dal 1969



Sic transit gloria mundi

Per i minchiapixellisti aviotrasportati-ferro-tranviari della Milano da bere (oramai liquami dei Navigli?) per fare un po’ di cultura, a prezzi modici in workshop della solita partita di giro, ammodernamento dei famigerati aerei di mussoliniana memoria: sempre gli stessi! Passatempi con allure, ecco, per queste tribù nomade senza arte né parte che gliene po’ frega de meno della fine di Tetenal, un altro gigante della chimica d’antan. Neofin Blu per le basse sensibilità tipo Agfapan25 Ilford Pan F Kodak Plus-X o in versione Rossa chimica per alti Iso alla HP5 o Tri-X di Kodak; come pure sviluppi per carta viraggi, sviluppo colore…li ricordiamo ancora. Scompare un’altra pezzo di Storia e della Fotografia, l’immortale Analogico che non può competere con il famigerato digitale di Cia&Mossad e sue banche dati planetarie: Matrix per chi intende.
Tetenal in camera oscura che contribuiva dal nigredo-albedo-rubedo non già della “pietra filosofale” quanto alla buona riuscita della baritata, Gallery Ilford per chi capisce di cosa si parla. Trista solitaria e finale storia di un glorioso momento in cui gli uomini, con tanto di palle nel senso virile del termine, forgiavano il Mondo: non ci avrete mai!

Tetenal Europe GmbH to reportedly cease trading after 172 years

Tetenal Story

Man fotografo sin dal 1969

Ma cos’è questa crisi…parapa pa pà




Non a caso avvengono fatti, non a caso ché tutto si tiene basta essere realmente fotografi (minchiapixellisti go home) con occhio allenato ai particolari che fa stile.
Giovani sotto i trentacinque anni, dice Ilford, usa film ai Sali d’argento. Trentacinque due in più dei trentatré di Rito Scozzese…o di pari pugnalate a Cesare o le “cantiche” del Rosacroce Dante per chi intende. Quindi target giovani atti al consumo: niente di più. Se invece della “fottografia” fossero cucuzziell’ carote o altri ortaggi…turgidi meglio ancora! Vedete come sono semplici i satanisti del Nuovo (dis)Ordine Mondiale? Prima smantellano la Civiltà Occidentale che niente deve rimanere in piedi se non essi neofeudali: poveri illusi. Storia tradizione costumi, soprattutto differenze da eliminare in ogni modo come asserisce la zoccolona Hillary Clinton! E poi, ecco, il “ritorno” di fiamma per l’Analogico. Pura trovata commerciale: prima gli “regali” a trentenni e dintorni la Sla disoccupazione infertilità ricchoinismo a go-go, secondo i “precetti” del Giorgia guidestone richiamata a giorni alterni, e poi con l’uccello sanguinante in cul loro gli ordini manu militari pure l’analogico? Pigliata per culo ancora una volta. Se gli hai levato tutto, anche l’onore purtroppo, a questi giovani caracollanti nelle Metropolis, o loculi a cielo aperto, senza passato presente e futuro come c…aricatore film analogico pretendi fotografino? E che cosa i cimiteri? Le lande desertiche? Poveri figli continueranno a (ri)fotografare gattini miao miao, foto sbilenche come le loro vite, purtroppo, costretti ad inseguire i Robot come la réclame pessima del liquore Avena ma profetico! E rincorrere i neri che a gratis vengono nel Belpaese (formaggio per topi?) grazie alla Mafia tout court e quella Nigeriana mica amale, vedi fonti Ministero Interni.

“Un populu diventa poviru e servu quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è persu pi sempri” così il siculo Butitta poeta, aggiungendovi “l’hai fatto schiavu”. E diremmo delle Multinazionali o turbo-Kapitale (kappa kome killer) non meno morente del tutto, dei vaccini, delle droghe e non la finiamo più se non con i Rocco Siffredi e i pornoshop di Amsterdam dove si può comprare, calco, le sua “superiorità” artistica del c…aricatore analogico formato 135 detto Leica ma pure 120 altrettanto Rollei, i due capostipiti di due mondi alternativi di riprendere il cosiddetto “reale”. A proposito che cos’è questi: una volta e per tutte?

NB. Il bianconero espressione d’ingegno creativo, è lingua non certo assimilabile a filtro Instagram. Modus vivendi infatti:" Quando sono nato, la televisione, il cinema e la fotografia erano in bianco e nero e i miei maestri – Cartier-Bresson, William Klein, Jim Smith, Willy Ronis – erano tutti fotografi di bianco e nero. Io mi sono formato alle loro scuole, quindi istintivamente sono diventato un fotografo in bianco e nero. All’atto pratico, poi, trovo che per il mio tipo di fotografia il bianco e nero sia più efficace, più grafico, più forte" G.B. Gardin


Film is Alive!… But it May Have a Terminal Illness
Is film dead? Far from it according to Ilford’s latest survey
Poeta Butitta


Man


Ps. Il titolo fa il verso ad una canzone Anni Trenta (crisi e tombolone Banche 1929, provvidenziale II° Guerra Mondiale che pare oggi) e per chi ne vuole segnaliamo il link

Quelli che sanno (anch’essi tutto)



Telemterica Zeiss Contessa Poco più grande del caricatore 135 al suo interno, su la destra (sx per chi osserva) le quattro piccole feritoie protegevano l'esposimetro al Selenio, elemento chimico usato per misurazione come il mitico Sekonic L-28A Studio S



E ci mancherebbe pure il copyright. S’intende le parole che non sono brevettabili e spendibili: non parliamo di logo evidente.
Telemetro un’altra “categoria dello spirito” di sicuro fotografico: creme de la creme. Attrezzi non riferito ai Maestri della Fotografia, tempo sprecato, quanto a quelle moltitudini che ne han fatto una bandiera. Personalmente niente Leica (ricordiamolo per ennesima volta: mai scaldato il cuore fegato e altre frattaglie) bensì per altri motivi, una Fujica 690 BL in formato…6x9! Anni Settanta secolo trascorso; tuttavia una minuscola telemetro a nome Zeiss Contessa un gioiellino di folding in formato “leica” o codice 135, caricata con l’immortale Hp5 Ilford e non disegnata Tri-X Kodak, la portavamo sempre. Pellicole ambedue trattata in Chimifoto Ornano in quel di Milano ante da bere. Ditta che aveva una sterminata serie di rivelatori (sviluppo per negativi bianconero, di questo qui si narra) provati in tulle le combinazioni Asa (antenato dell’odierno Iso) e diluizioni/ tempi nonché “shakeraggio” in Paterson la vaschetta cilindrica per lo sviluppo della Hp5. Puro artigianato, scuola di chimica/previsualizzazione/stampa finale in camera oscura, antro alchemico non molto lontano dalle logiche latomiste per chi intende; dove dal nigredo poi albedo il prodotto finale era, e lo è ancora, il rubedo formato Galerie Ilford a Gioele Magaldi in ascolto, un si sa mai.
Telemetro, ancora, che a differenza delle Srl o finanche TTL (Trough The Lens) portavi in tasca per l’evenienza e a distanza di più di cinquant’anni stanno ancora lì, imbustati negativi e sempre visibili. Viceversa è già un miracolo se un “fail” in formato PSD puoi “editarlo” o vedere sulle castronerie formato “nuvoletta” molto ben gradita da Cia&Mossad, e sempreché non più “visibili” da occhio umanoide: il progresso, no? No!

Rangefinder Cameras and the Power of Imagination
A Real Jewel of a Folding 35
Sekonic Studio L398A Deluxe III


Man




Algoritmo non c’è dubbio, forse. Cercate qualcosa e zacchete vi capita ciò che in fondo in fondo…Arcani va mettiamola così. Coincidenze? Vabbene pure questa.
Fotografia e fotografi, storie. Ecco mo’ ci siamo. Allora la cosa si fa intrigante ché si parla di Rollei, flash e insomma cose che pure abbiam visto (e praticato) in prima persona. Un ritmo lento del narrare e di un posto ai margini dell’Italia: gli ingredienti giusti per palati fini


Ugo Borsatti - Una storia per Immagini 1
Ugo Borsatti - Una storia per Immagini 2

“Non mi piacciono i signori pixel (minchiapixellisti pure? ndr) perché io sono sempre stato amante della grana che mi piace molto…” Minuto 10.50 parte seconda



Man




È inutile dire,quanto a previsualizzare lo scatto finale soprattutto set luci, fosse utile il Polaroid. Sì, parliamo di pura Era analogica e banco ottico, mitica Cambo, dove la disciplina fotografica o la possedevi o andavi a ramengo. Niente Raw il trucchettino inventato dai cretini per i minchiapixellisti che non sanno una mazza secca di esposizione, si chiami Sistema Zonale o vulgata esporre per le ombre e sviluppare per le luci, d’un negativo ovviamente bianconero quanto più “morbido” possibile. Certo se poi come più spesso caricavi gli chassis con invertibile, era l’esatto opposto. Più o meno.
Polaroid 55 bianconero, ancora, cui potevi recuperare negativone pressappoco diecidodici, che poi in camera oscura: che dire? Apriti cielo a meraviglia su Galerie Ilford. Che scuola il banco ottico dove niente è lasciato al caso. E se ne accorse, della disciplina, finanche il Berengo Gardin nazionale quando un giorno di trenta e più anni fa su la riviera del Conero, in uno di quei mitici workshop…sarà per la prossima volta.
E tutta sta filippica: cui prodest? Niente in particolare tranne il fatto che ora (ri)torna non solo per banco ottico, par di capire, la Polaroid ma soprattutto per le folding. Un must da provare quanto prima, infatti bisogna recuperare da qualche parte la folding e/o trovarne sui tanti mercatini delle pulci: vabbene on line e digitale. Ma nuje tenimm’ ‘o cor’ analogic’ paisà!

ONE INSTANT. Analog packfilm re-invented

Man

Ps.
La re-invenzione o meglio reintroduzione del Pola nelle mai di chi sa, è tutt’altro che giochino per bambini deficienti davanti lo schermettino dello smartphone morsicato o men che sia. E’ anzitutto una categoria dello spirito (chissà come s’incazzerà il televisivo filosofo Cacciari) e doppia libidine con fiocco dal momento in cui la neo arrivata (pellicola) Polaroid consentirà di recuperare finanche il negativo come la mitica Pola55. Bingo!




Bianconero dato per trapassato con l’avvento del silicio formato 0 e 1 più che mai oggi smente tutte le Cassandre di sventura. Si certo ci azzecca il fatto che il “vintage” come la pipì (urina) non olet, pendant di pecunia va da sé. Tuttavia è innegabile che a furia di dirne peste e corna su la sua fine poi non ti meravigli dell’esatto contrario, come per i bambini! E’ ancora sarà che il “medium” bianconero è già messaggio…Vabbene tutto. Resta il grande handicap insuperabile per le giovani generazione nell’immaginarsi un Mondo in bianconero, e viverlo: come si fa se tutto è luccicante e conduce all’Inferno? Infatti se poi guardate i risultati di quanti si cimentano in camera oscura dove tutto è manualità poco assistibile da bit, a beneplacito giostra degli acquisti festante da non credere, sono scarsini o nulli: immagini metropolitane tout court de facto desaturate (senz’anima) come fa bene Pshop e basta; immagini invece di finire su ink paper terminano corsa su la barita!

Darkroom

Man


Ps. Nell'immagine l'ingranditore a luce diffusa con i filtri incorporati necessari per la stampa multigrade (!) oltre al fatto che la luce morbida emessa deve necessariamente prevedere un negativo "robusto" esatto opposto di luce condensata di certi Durst lo standard d'antan; tutti. Il bianconero è facile in apparenza, ma che abbisogna d’avere ben chiaro tutto: inizio e fine, scatto e stampa perché non c'è raw che tenga o photoscioppate varie a "correggere" gli errori irrimediabili lungo l'intera catena!




Polaroid de 'noantri. Per i minchiapixellisti che volessero cimentarsi con l’Arte, naturalmente con obbligo di maiuscola, esistono due soluzioni alla portata. La prima è la carta autopositiva della Harman** che ha (ri)preso da Ilford know-how: insomma caricate lo chassis (camera oscura) il “negativo” nel formato carta che preferite e dopo lo scatto sviluppando l’immagine viene invertita automaticamente in “positivo”. Giochino che costa.
Viceversa se usate la (normale) carta fotografica, caricata sempre in camera oscura!, anche nel formato 20x24 o cinquanta per sessanta più o meno vi potrete divertite a fare i “verifine” o sedicenti artisti in bianconero. Una volta in camera oscura sviluppate il finto negativo e, una volta asciutto meglio usare la politenata*** casomai da invertire su Fiber baritata c’est plus chic, a contatto di simile foglio di carta date fuoco: no, no niente fiamme quanto banale esposizione a contatto sotto vetro. E quel che è nero diventa bianco e viceversa con tutti i colori del…grigio. Ma anche per i minchiapixellisti c’è Speranza (sebbene le vie del Signore non siano infinite!) non proprio proprio da vecchie tecniche di stampa, ma insomma… moltiplicato per 10 100 1000 vi farà fare la grana e sperare sia battuta (la vs. Opera con maiuscola per chi intende) da Sotheby’s!

** Harman_1

** Herman_2


***“lift” stile Polaroid 20x24
E’ possibile altresì “simulare” il Polaroid spellicolato su carta “very fine” con una inkjet qualsiasi: le prove fatte con la compianta Hp 1220 C sono ancora ben conservate. Il trucco se così si può dire è stampare su carta trasferibile per T-shirt: si avete inteso bene. Siché ne staccate la pellicola è invece del tessuto (idea da sperimentare) la sistemate su cartoncino artistico. E con un po’ di pazienza (arte eh!) taglierino e/o bisturi ci fate i segni bucherellati della Polaroid che perde “pezzi” nel trasferimento!


Embroidery and Polaroid, a beautiful combination

20x24" Polaroid - Taking the worlds largest Polaroid photo

20×24 Polaroid camera part 1

Par condicio (!?) al femminile
Elsa Dorfman Polaroid 20x24 Camera


Ps. Il macchinone Polaroid 20x24 fu inventato per verificare in presa diretta i lavori di restauro della Cappella Sistina quand’ancora non ammorbava l’aere il digitale “terrestre” codifica in minchiapixel



Fenomeni da barraccone: Yankee go home.E non abbiamo poi molto da dire delle americanate. Povera gente stanno nel Nulla senza storia né altro, certo hanno coraggio più degli altri umani (umanoidi?) che sperimentano il Nulla abituati come sono sin da piccoli.
Tuttavia la cosa, americanata, ammettiamolo ecco, ha un suo fascino: vabbene orrido. Immortalare (!?)il Nulla in una città Fantasma, e giocando con le mani americane mai dome, ferme. E fateci caso la baracca riattata può benissimo essere come un vecchio garage dove gli Yankee sono soliti inventarsi di tutto e di più: Steve Jobs e Mela a dirne una per restare al passo (scorsoio?). Fotografia se n'è andata con il suo inventore: Occidente giudaico-cristiano-greco-romano

Camera obscura


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato /l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco /
lo dichiari e risplenda come un croco/perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro/agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola/stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula 6 che mondi possa aprirti/sì qualche storta sillaba e secca 7 come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Eugenio Montale



Ps Per chi è interessato al minuto sette e spiccioli un aereo con tanto di chemtrail o scie chimiche irroranti




Ektachrome come no. Film cavallo di battaglia di tutto il personale archivio diacolor analogico Epr 64 Pro formato Leica (nome in codice 135) e solo numerazione in 120 per la compianta Zenza Bronica SQ e Asahi Pentax 67. Diapositiva e spieghiamo per i minchiapixellisti venuti su come funghetti a fregiarsi di “fotografi” pensa te.
Dunque nella lista di Mammasantissima Kodak ci sono state con pari numerazione la "normale" diacolor e “pro” che differivano per fisime pubblicitarie. Sì perché all’atto pratico, quel che contava, nessunissima differenza. Ma le “pro” volevano il frigorifero per stoccaggio le altre no: fisime come prendere il ghiaccio artico per i drink dei neo parvenu casomai con occhi a mandorla. La differenza poi tra scatoletta tutto-giallo Kodak della “pro” si contrapponeva al cuneo blu su fondo giallo per l’altra: colori questi come il diavolo e l’acquasanta opposti fra teorie additivo e sottrattivo!
E la resa poi? Molto gradevole con il difettaccio che le ombre Ektachrome, di qualsiasi natura, venivano di blu elettrico! E allora la stampa ammanigliata dei tengo famiglia cosa suggeriva? Diabolico manco i cani: metteteci un bel filtro ambrato a scaldare il blu-ombre, e mica per la pellicola noooo, bensi proteggere la lente: che tenerezza prezzolata e disinteressata anche se il paraluce l'han inventato per questo. En passant qualcuno ricordi pari cosa con la famigerata M8 e “varianti” di Leica…a suon di bigliettoni. Ci torniamo, parola.
Comunque sia la resa della pellicola Ekta era più che buona compresa la grana: capiamoci. Tra le fisime tramandateci, la grana chiamata Kodachrome 25 Asa poi 64, e anche 200 era parola del National Geographic. Allora capirete che "senza grana" girava il postulato, assurdo naturalmente: senza ricordare che il Kodachrome lo trattava soltanto Mammasantissima Kodak, alla faccia del libero mercato e monopoli! Siché bisognava spedirlo fuori Italia, mi pare in Germania e/o Francia, noi usavamo il canale del grossista locale, per ricevere indietro dopo quindici giorni circa lo scatolotto giallo (!) della Kodak “gialla”. Diapositive prima in telaietti cartonati poi di plastica con data impressa, ah finesse…de Kodak!
E volete voi? Nelle pseudo agenzie italiote tra cui la decana Grazia Neri, passata a miglior gloria, nella Milano da bere, storcevano nasino per il formato 135 Ekta per non sentirsi offesi ( lesa majestatis) ma quando gli si mostrava i plasticoni Ekta 6x6 o codice 120 quasi a dire: eh così non va perché lei diventa pro e noi manifestiamo la vera natura di…cioccolatai!


New film Kodak

Man


Ps Colpo di grazia della verde (colore istituzionale) Fuji a Kodak avvenne con la stratosferica Velvia 50, da pronunciarsi Belvia che infatti tale era, da trattare (diversamente dal monopolio anzidetto) però nel beverone E-6 i chimici di trattamento ai quattro angoli del mondo e…salumerie. Il cosiddetto “standard” per il trattamento delle Ektachrome, Agachrome (seconda serie che la prima si poteva trattare a casa come prossimamente si dirà) etc. Standard tarato manco a dirlo sul giallo Kodak. L’orientale Fujifilm Velvia aveva bisogna, però, come si poté dimostrare trattando le diapositive Ekta in proprio con bagni Ornano perfettamente integrabili a quelli di Kodak a prezzo molto conveniente, nella Jobodrum termostatata e di una bellezza unica, della sbianca-fix a dodici minuti, quando i service/salumerie si fermavano a 10 pro cicero Kodak. E quei imbecilli di Progresso fotografico (fottografico no?) a lamentare in test manco fosse la Bibbia certo “velo” magenta…disonesti e tangentisti. E malgrado tutto sto fuoco di sbarramento la “belvia” venne fuori comunque. Anzi da Oltreatlantico il Kodachrome del National fu posto in soffitta: ohé compagni d’ora in avanti solo Velvia per doppia pagina di giornale senza “grana” che noi ameri + cani così diciamo e vogliamo manu militari. Minchia. E così tutti allineati e coperti. Pure Progresso fotografico (fottografico?) si adeguò con lauta mazzetta, espressa in Yen al posto di $: così va il monno paisà. Dicono si capisce.

Pss Ora Kodak (ma non era morta?) reintroduce la New Ektachrome per fuffa, moda ché i giovani allevati a smartphone facebookini instagramatici…manco immaginao. Infatti trapiantare ex abrupto una tecnologia “vecchia” nel vivere odierno dei McDonald’s è escamotage pubblicitario. Vivere e sentire analogico è categoria dello spirito e altra dimensione spazio-tempo che nulla sparte con il digital corrente. Tant'è vero che i fotografi o sedicenti tali d’Era analogica possono convivere con i bit, al contrario da questi arrivare all’analogico è impossibile se non immaginando, ecco, un mondo virtuale e allora…
Stessa cosa en passant per il bianconero che non è la desaturazione instagramatica e assimilata Pshop, manco i plug-in pro di conversione a dir vero, quanto un vivere e sentire in bianconero e si rilegga al riguardo Berengo Gardin: ragazzi fatevene ragione. Belle foto in circolazione virtuale sui cosiddetti “social” (perché mai monocromo alla yankee ma go home da sessantottino impenitente?) ben composte, ma è altra cosa dal rituale della camera oscura…chiedetelo ai latotimsisti alla Giole Magaldi del Nigrendo-Albedo-Rubedo o la Magnum Opus, ohh in mancanza vabbene pure l' Opus Dei per chi intende che il numero della Bestia…



Una giornata particolare, anche troppo. Anni Settanta. Fotolampo di Rocco Abriola agenzia di cronache e…matrimoni di provincia italiana. Camera oscura: bagni (chimica per la stampa fotografica) preparati di fresco e scaldino collegato a presa che a sua volta, da sotto il bancone di metallo, riscalda il bagnomaria e bacinella del primo sviluppo per la stampa, insieme con la bacinella dell’acqua a seguire (senza il pestifero acido acetico glaciale!) e vasca gigante color rosso fuoco per il fissaggio, indica l’inizio della sessione di stampa
Ore otto di mattino e soliti convenevoli, gira qua e di là che si fanno le nove mentre arriva Luciano dal viso schifato butterato di lumaca libidinosa all’impossibile e Pontifex della giornata in camera oscura.
Lo sgabello per la panza del boss Abriola che asside come un avventore bar sport con bretelle (un Giuliano Ferrara in sedicesimo) all’americana: all’ingresso dello studio sue immagini di Nuovaiorche, però stride con il baffo siculo e impomatata riccioluta mediterranea.
Luciano a sinistra vicino il Durst D 659 dalla torretta doppia 6x6 e 135, a latere il boss su sgabello si arrotola la camicia, manco dovesse impastare farina, alle spalle chi scrive e poco in là Diego con aria allegra come al solito d’assistenti di laboratorio.
Chiuse le luci ordinarie, tirata la porta scorrevole che divide pugigattolo (piccolo locale qui camera oscura) della rotativa, che immette nella sala di posa, e a sua volta…Accese le lampade inattiniche (non sono mai e dicasi mai a luce rossa casomai per altri “cosi” non già la carta fotografica che non desidera essere maneggiata a luci rosse..) e inserito il primo rullino 120 non ancora tagliato a strisce di tre fotogrammi (3x4) poi imbustati e messi a dormire nel cassettone archivio di altrettanti matrimoni, Luciano da l’inizio. Si parte prima con la stampa diciottoperventiquattro bianconero che il colore in formato trediciperdiciotto è ancora una rarità da inserire nell’album, comunque, bianconero di cuoio impossibile.
Luciano dà la prima posa i come diapason per i susseguenti fotogrammi dell’intero matrimonio uno dei tanti ripreso giorni addietro; più o meno come si dirà. E il foglio emulsionato di Ilfobrom Ilford dal marginatore (tiene in piano la stampa e conferisce bordi bianchi che van di moda sebbene imperversi il Sessantotto ed esegesi di stampa al vivo) nelle mani del boss a capa sotto nel bagno di sviluppo, e comincia a dondolare di qua e di là insieme a pinzate: rituale solo per la prima copia e che va bene. Poi il foglio arpionato, tant’è la delicatezza…del boss finisce nella seconda vaschetta con acqua, infine nel fissaggio dove bisogna subito “affondarlo” il cartoncino fotografico per evitare che bolle d’aria lo rovinino con macchie marroni conseguenti: da buttare.
Passano le ore. Luciano cinquetta e boss risponde e viceversa: di tutto di più tra i due marpioni e noi “ragazzi di bottega” a sopportare l’aria da camera a gas. Si perché il boss accende un’altra sigaretta, e siamo in quattro in meno venti metri quadrati, e la giornata è lunga!
Ora il boss va al galoppo, sempre seduto spaparanzato su lo sgabello, e lasciata la pinzetta mette le mani paffute e pelose nel bagno di sviluppo per manipolare meglio le copie: non succede nulla di grave alle mani tranne che, una volta usciti all’aria (!) le unghia delle dita scuriscono più della sua carnagione da marocchino stanziale qual è.
I diciottoventiquattro su Ilfobrom in gradazione morbida (n.2 su la scatola Ilford da mille fogli suddivisi per centinaia) si accatastano a latere l’ingranditore tra una chiacchiera di Luciano e Rocchino boss della Fotolampo Agenzia etc etc etc. E così una parola e l’altra i fogli ammonticchiati finiscono tutti insieme nel bagno di sviluppo, poi con nonchalance la mano dall’ultimo foglio risale gocciolante al primo e via così come pale di mulino fino al termine di tutte le copie sviluppate. Poi il tuffo in acqua e siamo a turno noi “ragazzi di bottega” (Rocchino chiacchiera mentre altra cenere finisce nel bagno) a togliere le copie dall'acqua e “affogarle” nel fissaggio aiutati da tozzo pezzo di legno a mo’ di cucchiaia per girare i ragù.
E sembra di essere una catena di montaggio: posa all’ingranditore Luciano. Presa in carico dal boss per lo sviluppo…acqua e fissaggio di noi apprendisti. Senonché la grossa bacinella cinquantapersessanta di fissaggio è satura di copie ammonticchiate, e da lì bisogna passarle in acqua del vascone porcellanato; aprire l’acqua e girare con le mani le centinaia di copie: piacevole in periodo estivo un inferno ghiacciato d’inverno con relativi stati influenzali. La turbolavatrice, che pure esiste sul mercato fotografico, il boss si guarda bene dall’acquisto (minimo investimento massimo profitto schiavizzato noi, e poi besenisse is usual, time is money etc etc etc) fino a che i troppi raffreddori presi dà modo a Luciano (il vero boss è lui e quando s’incazza a giorni dispari si ferma il laboratorio ché il boss non è c*** suo) di spagnoleggiare vanteria e mellifluo intima al boss l’acquisto. Così finalmente i raffreddori passano e tutto procede per il meglio nella camera a gas, detta camera oscura.
E che ore saranno…? Sì che il tempo non si percepisce più, eppure si fa Mezzogiorno e un po’ di pausa, fuori camera oscura, con i polmoni a riassaporare quella strana cosa che è l’ossigeno! Terminata la pausa (il boss avrà terminato un’altra sigaretta dopo la precedente) stampe e ancora stampe. Già perché insieme ai diciottoperventiquattro ora Luciano ne stampa di tredicciperdiciotto da consegnare agli sposi insieme all'album, e che regaleranno agli invitati, come “pattuito” da contratto della Fotolampo su cui è giusto e saggio stendere un velo pietoso!
Ma che accade? Il boss con la sigaretta (siamo in camera oscura) in mano a furia di parlare non s’avvede che è tutta cenere che cade, con nonchalance, nel bagno di sviluppo! Apoteosi quando le sue mani (e cenere in ammollo) corrono svelte per la posa “lunga” o sovresposta di Luciano, ciarliero a briglie sciolte, a bloccarne lo sviluppo tuffando in malo modo copia nella bacinella d’acqua: scena che pare quei soffioni nel Yosemite Park fotografati da Ansel Adams. E nelle mani di Rocchino a volte la cosa funziona altre no, siché bisogna rifare la stampa; casomai stavolta è “corta” in posa di un Luciano già scoglionato. E fa niente se la stessa a cap’ sott’ e sotto la ‘zerta (catasta pila) galleggia tragicamente a malapena a filo di bagno rimasto; tanto riemergerà quando la “bella” velatura chimica (lungo a dirsi perché) avrà “ricostruito” i mezzi toni mancanti in sorta d’interpolazione odierna a computer. Illusione.
Ecco allora che bisogna di “rimbocco” a rifare volume intero del bagno da un cilindrotto in plastica con tappo e chimici; se ne versa nella bacinella per “rianimare” l’esausto filo di sviluppo nella bacinella che nel frattempo diventa nera ai bordi neri causa di…Senonché a contatto di quello (filo) il rimbocco non a temperatura (letteratura tecnica opzionale del boss!) porta scompenso, e diversa posa per impressionare le copie che la panza su sgabello e bretelle all’americana scoglionato richiama l'infastidito Luciano, mentre altra cenere cade...
Insomma intorno alle due la camera a gas smette giusto l’attimo di andare, ognuno per la sua, a ingollare il pranzo e alle tre, massimo e un quarto, si ricomincia almeno fin le diciassette, quando esausti e cianotici per carenza di ossigeno usciamo “vivi” dalla camera oscura!
Ma non è finita perché bisogna “resettà” pulire la camera oscura (che non ha finestra d’arieggio!) e sistemare quel liquame, cosa nera puzzolente, di bagno di sviluppo che manco il Padreterno riuscirebbe più a sviluppare alcunché, nel cilindrotto senza filtraggio di cenere e nicotina a sigillo per una successiva “sessione di stampa”.
Le copie Ilfobrom tirate dalla turbolavatrice e messe in vaschette (da bucato) adesso passano sotto la rotativa, grosso cilindro cromato a specchio cui interno è resistenza riscaldante, che le asciuga stese come sono già sul lercio panno di lino grezzo (alla tapis roulant in Tempi Moderni) e conferisce alla stampa quella patina a “specchio”.
Il boss è uscito per la Pretoria, main street cittadina, Luciano chiama a telefono una sua conoscente per una…fellatio e noi due “assistenti” a ridere; così sino alle otto di sera, quando come Iddio vuole la giornataccia termina…

Man

Cartoni il cavalletto made in Rome Italy




Anni Ottanta secolo trascorso aiutavo un amico (oggi a Milano dove vive si è fatto discreto nome nell'ambiente, ma fotograficamente non è cosa sua, tant'è che bisognava aggiustargli inquadrature e bilanciare il bianconero negativo che gli stampavo su Galery Ilford) a riprendere con la sua Bolex 16 mm, a molla prima con motore elettrico in seguito. Cinepresa ancorata, caso di dire, su Cartoni: un mostro di cavalletto. Senonché pure muovendoci con la mia Citroen la cosa era di un tedio unico: alzare cofano prendere bauletto cinepresa poi cavalletto...E proprio per questo ne feci osservazione per un qualcosa di più maneggevole, considerato che la Bolex al confronto “metrico” sfigurava. Detto fatto la volta successiva, volete voi? Un grigio cavalletto con una testa che ci sta comodo un uomo seduto sopra: Linhof ! Cavalletto dove sistemavo la mia Technika formato 13x18. O dalla serie, dalla padella alla brace di Cartoni dimonio

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Cartoni the best tripod


Ps. Siamo pure sempre la Patria (anche) di Manfrotto genia di cavalletti più per il fotografico target (usavamo uno che alzato saliva ad altezza di solaio; al corrente un glorioso 190 prima serie da quasi un quarantennio più che altro un Totem, e un monopiede su cui sta l'iPhone4 preistorico, così dicono, ma dalle buone clip poco “definite”) senza dimenticare la sua linea video, altrettanto valida

Territori fotografici



Maggio periodo di cerimonie religiose, battesimi prime comunioni ed anche matrimoni, che segna l’inizio della cosiddetta bella stagione. Siché senza gli smartphone rituali, si parla della fine anni Sessanta e inizi successivo, quei momenti venivano immortalati, ecco, dai fotografi da studio.
Dunque gli studi fotografici che avevano, diciamo, loro sensali procacciatori sparsi per il territorio. Ecco ci siamo. Si perché oltre lo studio cittadino, in un'altro post se ne raccontato ammontare ad una decina nel Capoluogo, i fotografi avevano spartito la Provincia lucana in territori fotografici: ognuno “marcava” il suo e per gli intrusi eventuali ne avrebbe pagato conseguenze non da poco.
Maggio partiamo di primo mattino e siamo in quattro. Un serpente di strade e poi come una rocca turrita e lontana, Acerenza baluardo della piana pugliese sottostante. I contrafforti e opere murarie a contenere la stabilità del piccolo comune la fanno, appunto, somigliare a città fortificata di quelle per intenderci che si vedono nelle scene di film prima dell’assalto degli invasori.
La giornata è limpida ed al collo porto - finalmente dopo mesi a lavare vetrine e copie dieci quindici passate alla smaltatrice, roba da “apprendista” – la Rollei e nelle tasche una manciata di rollfilm Agfapan 100, emulsione che è un cavallo, meglio mulo, e se la cava sempre (nel fotostudio sono addetto al trattamento delle pellicole e come iniziante non è cosa da poco).
Dopo il caffè attendiamo la processione, una volta era così, che dalla Matrice si dipani per l’intero paese: il boss del fotostudio indica dove sistemarci per fotografare il tutto. Mi sento come di quei film di guerra a “rastrellare” la zona. Finisco i rollfilm ché dalla mia postazione e il sole e il tutto mi consente delle buone inquadrature ai ragazzi e ragazze della Prima comunione. Adesso non ne posso più dopo ore e me ne vado per il paese, gli altri continuano gli scatti con il flash in pieno giorno (si dice fill-in, no?) Metz dalla livrea grigioverde e con tanto di “palle” che si è detto un’altra volta a verifica carica batteria.
Sotto un’aria che si è fatta calda gironzolo per vicoli del paese, quando ad un tratto una vecchia intabarrata nel costume paesano, mi chiede una foto: non una qualunque ma p’ document’ mi dice. Attimo di panico e come la risolvo senza padelle della diffusa, lo spot e la seinove da studio? Meno male che c’è un muro calcinato di fresco: accomodo la “nonna” davanti al muro, la sedia ce l’ha già essendoci seduta sopra tutto il tempo del prima dopo posa, e tanto da farla sembrare figura mitologica metà impagliata/seduta e metà sembiante umano. Il flash fa la sua rischiarando il volto e saturando (sovraesposto) il muro già bianco di per sé (in camera oscura provvederò ad equilibrare meglio la scena, sebbene poi si capisce che lo sfondo non è il “limbo” dello studio…). La posa c’è e tutto “regolare” come gli scatti fatti alla processione: non uno sgarrato. E il boss che dice? Muto come un pesce palla, data la circonferenza del suo giro vita…E’ invece Luciano (alter ego del boss) a sfottere dicendomi che si aspettava di peggio…mentre i clienti dal paese vengono con il postale (la corriera) e rare automobili, allo studio a ritirare i trediciperdiotto bianconero dei propri figli nel giorno della Prima comunione.
E dei matrimoni? Paisà alla prossima e di quando i pranzi nuziali si allestivano in…casa come quello dello zio scapestrato che…e della zia di Neve Iorche venuta apposta e di un omaccione con Leica al collo che scattava per Life…

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Abstract
the New World Order Annuit Coeptis trough slave of presstitute (neologism to press + prostituion) and Networw brodcast make a new way of named Photography. A pure No sense because the news generation live in second live only smartphone World


Ritorno di fiamma: a salve. Ma questi ci fanno o ci pigliano? L’uno e l’altro ché ai “! moderni” del Tip&Tap a smartphone non gliene può fregà de meno.
Insomma si vede che il Nuovo Ordine Mondiale ha fiutato l’aria di “scontento” per il terraqueo e qui il fottograficio (che refuso non è, tutt’altro).
Siché ‘o Sistemm’ addà truvà, deve trovarne un’altra per la giostra degli acquisti, no? Infatti adesso spinge il pecorame per il ritorno alle Origini: no Salgado et simila luciferini centra come cavolo a merenda. No cose tera tera come dicono a Roma. Il ritorno a quando tutto era artigianato fotografico. Puro no sense. Tant’è vero che il passato è bianconero, lato traslato e figurato, mentre i Tip/Tapisti se gli levi lo “splendore” dei cinque pollici a smartphone…i ragazzini trenta-quarantenni ci restano male, per essi la cosa si ottiene non in laboratorio ma con semplice filtro Instagram: et voilà le noir et blache est servì mes amis.
Non che si voglia tornare per ennesima volta a (ri)dire che l’immagine in bianconero “è” la Fotografia, no per carità…ma li vedete voi i trenta-quarantenni riconvertiti e ripuliti tornare alla cosiddetta Origine fotografica della camera oscura? E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che…un trenta-quarantenne riconvertito e tornato in vita…” Si certo è una libera traduzione del passo (Mc 10,25) noto come Vangelo secondo Marco**


** Nella Bibbia e Nuovo Testamento pari Parabola, che non serve a captare canali qui nel caso, si trova anche in Mt 19,24 e Lc 18,25. In pratica costituisce la “triade” del conosciuti Vangeli Sinottici, o più banale pari fotocopia della cosiddetta (romanzata e scritta circa un secolo dopo i fatti realmente accaduti) Vita del Nazareno

Neo-Primitive Photography

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Ps. Il Mondo è talmente sovvertito, già dal 1717 o spartiacque ante e postquam, nel suo più genuino Dna che una riproposizione meccanicista & robotica di stampo darwiniano luciferino, pur restando al solo ambito fotografico, durerebbe meno di una bolla di sapone. Un ballon d’essai

Pss. Il bianconero è per ricchi sniffatori di cocaina, acquirenti e mercanti, la si vede a metro quadro come tappezzeria in alcune Gallerie per il terraqueo, alla Leica per capirci. Il resto è dei soliti Giapponesi (?!?) di foresta mai arresisi. E non è detto sia una jattura, anzi


Occhio come mestiere




Berengo Gardin è sempre un piacere l'ascolto e di un vecchio lupo di mare, del bianconero. E nella chiacchierata dai tratti irriverente (da un romano che t'aspetti de più) il sapere antico sapienziale dell'artigianato, ovvero sia di come l'immagine ottica dalla presa (su Leica M noblesse oblige) sino alla stampa era un che di alchemico: quante volte lo si scriverà deve ancora?
Il fatto stesso di stare al chiarore di una fioca luce (!) e cavarne dalla bacinella il più classico dei trentaperquaranta, limite estremo di un buon negativo 135 o codifica Leica appunto, è un qualcosa che non si può descrivere neanche con il più cristallino prosatore: un esperienza da presa diretta e null'altro che questo è l'alchimia del bianconero cui padroneggio il nostro Berengo Gardin non pare essere secondo a nessuno; anche senza la “dedica” di Henry Cartier Bresson, un Massone eclettico blasè, ma non ditelo in giro: n'est pas?

Intervista a Berengo Gardin
https://www.youtube.com/embed/nPQX84Mx8zk

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Ps. L'importanza di certi nomi non mai acqua fresca, ci mancherebbe, e quando il Maestro non ci sarà più tireremo dall'archivio in soffitta la lettera all'indirizzo del Presidente Azeglio Ciampi, e ministro Urbani Beni Culturali, ché concedesse il Titolo di Cavaliere per meriti di Cultura a Gianni Berengo Gardin, che il cielo lo conservi lucido e in buona salute ancora per molti anni

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