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Fregola? No grazie


Portavano le macchine fotografiche, ricordo in particolare una Bencini Comet, nella sua custodia in pelle dura avvolta anche in carta di giornale! Rullino bianconero 127 “piccoletto” ricavato dal più grande 120, alias Rolleiflex Hasselblad Zenza Bronica…ma con più pose al posto delle quadrotte e canoniche dodici: come gli Apostoli! E quando provvedevo (ero responsabile del trattamento di sviluppo della Foto Agenzia Lampo che altre volte abbiam detto) ad esaminarle il più delle volte erano riprese di fotogrammi estivi (famiglia) ma natalizie (con i parenti) e altro: senza fretta ché c’era un'altra concezione (modus vivendi) del Tempo. Per cui quando ritiravano le settedieci, cartoncino Ilfobrom (più pratico e a buon mercato nelle scatole da mille fogli) smaltato a specchio grazie a lastre cromate su rotative (smaltatrice) era da parte del cliente una festa e lo si leggeva negli occhi. E non di raro che gli stessi scatti, se avevano a che fare con gruppi, si stampava più e più volte. Fotografie che poi finivano nell’album familiare a “memento”: oggi è una bestemmia ché bisogna consumare tutto subito ed in fretta. E così capisci la bocca aperta dell’amico, che in gita fuori porta su le nostre montagne ad un fontanile, si è visto immergere con gesto sbadato il suo smartphone e “stoccate” foto su scheda. Vabbé che siamo fatti della stessa natura dei sogni (W. Shakespeare) però perdere la memoria…fa sganasciare i satanisti del Nuovo (dis)Ordine Mondiale, i quali però conservano le loro fotografie in album come nei quasi due secoli da quanto c’è la fotografia: ca, dicono, nisciun’ è fesso (o fisso?). Una volta tanto sante parole dei soliti satanici governatori (in rotta ed era ora) del Mondo

Bencini_1
Bencini_2
Bencini_3


Man
Fotografo sin dal 1969




Pazziann'

La creatività è si dono naturale, cosa preclusa a minchiapixellisti onanisti, e tuttavia se non alimentata insterilisce, fa diventare routine robotica: zombie che affollano le Metropolis del Mondo cano che ci ho sotto i piedi direbbe Faletti-Catozzo, e certo quelle magistralmente effigiate da Fritz Lang, che non a caso richiamiamo spesso poiché paradigmatico.
Sia come sia si dirà di uno spazio tempo (infanzia tout court?) dove il gioco era dimensione sociale: si, la strada ma anche la campagna non molto dissimile dalla avventure di Huckleberry Finn e suo compare di merende Tom Sawyer. Il fiume eh ce ne vorrebbe di spazio, ma per un'altra volta. Gioco che rima con giocattoli e personalmente ne avessimo conservato potremmo fornire eserciti mercenari a questo o quello: quanto a pagamento...E lo stesso varrebbe per le Giacche Blu del Settimo Cavalleggeri, e indiani e tribù da non dirsi il numero. Infime armerie: eh come no.
Capirete quindi del come con quattro pixel messi in croce si riesca dove i minchiapixellisti manco osano pensare (che è peccato!). Così quando ci si imbatte in situazioni...



Škoda Model Car Photography
Benedek Lampert


Man

Ps. Pazziann' in napoletano è “pazziare - giocare” lato sensu




Una foto di still life niente di che, anche se in questa immagine, come pasta sfoglia più che stratigrafia paleografica, qualcosa ha a che fare con la memoria, che è poi tutta la mia produzione da cinquant’anni in qua.
La tovaglia bianca e candida come quella che la mamma tirava fuori dal baule del corredo tutte le Domeniche e giorni comandati, il pranzo con i parenti; e vino fresco che il babbo sistemava in un secchio argentato, almeno così sembrava, sotto il filo d’acqua e frutta estiva, ché i frigo Stars and Stripes non c’erano ancora in ogni casa.
E per noi più piccoli (il rosso di Bacco era proibito) limonata a volontà, a volte di quelle prime bustine liofilizzate combinate con l’Idrolitina, un po’ di bicarbonato per rendere “frizzante” l’acqua

Man


Ps. Il set è quanto di più semplice si può: luce finestra naturale filtrata da normale tenda domestica alta tre metri; per asse il legno casalingo per i lavaggi brevi; la tovaglia altro non è che tanti pezzi assemblati in Pshop Elements ché noi non siamo “professionisti” a sentire questo e quello. La bottiglia comprata in un negozio di chincaglieria sulla Main Street cittadina, mentre il bicchiere di “limonata” è clonata dalla parete di fondo. Impareggiabile scatto su Olympus E-20 d’altri tempi come il set che rimanda d’una giornata estiva Anni Sessanta della provincia italiana al Sud



Non le mandiamo a dire: ancora una a Forma Milano da bere



" Caro amico di Forma,questa newsletter è diversa da tutte le altre. Lo è perché sono io a scriverla - non quindi una Fondazione ma una persona fisica che in questa Fondazione crede e lavora - e perché vuole comunicare un’iniziativa importante e diversa da tutte le altre.

Stiamo cercando di realizzare un nuovo progetto, ambizioso e bellissimo come tutti i progetti dovrebbero essere: aprire una Biblioteca di fotografia a Milano.

L’idea è nata qualche anno fa, quando ci siamo accorti che in una città ricca di iniziative e punti di interesse fotografico come è Milano, mancava comunque un luogo di silenzio, di ascolto, di lettura, di riflessione - solitaria o collettiva che sia - intorno ai temi dell’immagine fotografica.

Altre istituzioni prestigiose hanno lavorato in questo senso, e creato importanti biblioteche che per noi sono e resteranno punti di riferimento; ma nessuna è all’interno di Milano.

Così questa idea iniziale lentamente ha cominciato a strutturarsi e a diventare da semplice sogno, qualcosa di possibile: una biblioteca specializzata di fotografia nel cuore della città, che sia aperta a tutti, con più di 6.000 titoli a disposizione di adulti, ragazzi e bambini. Un luogo culturale importante per Milano e per l’Italia.

Un progetto del genere, però, non si realizza da soli.

Abbiamo quindi cominciato a cercare altri compagni di viaggio lanciando da poco una semplice campagna di raccolta fondi. In una settimana siamo riusciti a raccogliere più di 1.000 euro in donazioni, tanti consensi e partecipazione. Per questo risultato vorrei ringraziare personalmente tutti i primi donatori.

La strada però è ancora lunga e saremo felici se tu volessi percorrerla, anche solo in parte, insieme a noi. Vieni a trovarci a Forma, in via Meravigli, per conoscere meglio il nostro progetto e capire i tempi e i modi in cui intendiamo realizzarlo."

Grazie fin da ora per la tua donazione,
Alessandra Mauro
Direttore artistico di
Fondazione Forma per la Fotografia


Il nostro modesto (?!) reply


Grazie per la email in "carne&ossa". Sono cinquant'anni e più che, volere o volare, mi occupo di fotografia iniziata ai tempi dei pantaloncini corti anni Sessanta grazie ad uno zio fotografo che stampava, pensa te, pure il colore nei miti Sessanta nella provincia italiana alla Vittorini.
Quello che lei scrive pensi un po' l'avevo proposto da "straniero" alla Milano da bere formato l'Afip negli Anni Novanta secolo trascorso, e se fosse presente Alfredo Pratelli passato miglior gloria ne potrebbe testimoniare: veniamo da lontano, ecco, e andiamo lontano.
Quanto a donazione la cosa è per lo meno offensiva e desta sconcerto, ma in un paesello come il Belpaese forse non il formaggio, perfettamente consono alla "carità" cristiana: Carlo Maria Martini docet.
Pertanto se di obolo deve trattarsi, meglio un rastrellamento tramite una “bella” mostra (ammucchiata?) e di nomi famosi: Gastel corrente Afip Presidente nonché, riciclatosi, tricoter (in italiano magliaro) a sedicente "artista" avessi voglia a certo allure. E lo scampato dal Ponte di Genova Oliviero Toscani (il Padreterno o chi per Esso vede e però ceca o dimentica uso dire) che dismesso i panni ruffiani di sedicente "progressista" ogni minestra televisiva, e alla United Colors del sodale Benetton (anfitrione o mecenate fate vobis, sì, certo quello di Genova anch'egli e delle 43 vittime su la coscienza) altro cavallo di razza. Un Benedussi che come i precedenti oltre ad ammorbare l'aere sottraendo indebitamente ossigeno al prossimo (Padreterno dove sei?) disceso dalla Cathedra di Lectio Magistrale et Sublime, con le sue scosciate e discinte donnine a ricreare l'animo gravato e gravato della Milano da bere, non stonerebbe tra nastrini e maitresse che, di giorno e vieppiù la sera, taccheggiano, come una Grazia Neri qualsiasi per strada in attesa di clienti.
E l’’elenco potrebbe includere pure i morti alla Gabriele Basilico e sue città fantasma, Cesare Colombo e suo Naviglio, e Lanfranco che non lo era (poi tanto fotografo quanto imprenditore) ma una birba di “mentore” ante-litteram in quella Via Brera, prima Canon poi Kodak “Il Diaframma” . Un gallerista e ante prosopopea MiaPhoto accodatasi (dietro input Star&Stripes e annessi ritardi storici della Milano da bere) alla fottografia che refuso non è per chi ha orecchi non certo a spartire la testa…Ecco che la cosa è lunghetta, e al codazzo mi ci metterei con tante belle fotografie (gratis pro causa s’intende) mai viste per il terraqueo. E solo in questo caso l’obolo, pur sotto forma di lascito fotografico da vendere per l’autofinanziamento della Casa, una volta del popolo, oggi della Fotografia, sarebbe ‘na bella cosa.
E nel ringraziarla una preghiera per lei della Milano da bere: guardi che non abbiamo l’anello al naso e non andiamo in giro come i vostri “padani” adorni il crine di corna seppure ad elmo.

La saluto cordialmente
Michele Annunziata detto Man(unzio)

Forma fotografia

Un eterno istante (con tanto di benzodiazepine à la page, autobiografia a cavallo di Giovanni Gastell nipote Luchino Visconti)

Oliviero Toscani 1

Oliviero toscani 2

Oliviero Toscani 3

Date del bromuro a Toscani

United Colors of Benetton



Una giornata particolare, anche troppo. Anni Settanta. Fotolampo di Rocco Abriola agenzia di cronache e…matrimoni di provincia italiana. Camera oscura: bagni (chimica per la stampa fotografica) preparati di fresco e scaldino collegato a presa che a sua volta, da sotto il bancone di metallo, riscalda il bagnomaria e bacinella del primo sviluppo per la stampa, insieme con la bacinella dell’acqua a seguire (senza il pestifero acido acetico glaciale!) e vasca gigante color rosso fuoco per il fissaggio, indica l’inizio della sessione di stampa
Ore otto di mattino e soliti convenevoli, gira qua e di là che si fanno le nove mentre arriva Luciano dal viso schifato butterato di lumaca libidinosa all’impossibile e Pontifex della giornata in camera oscura.
Lo sgabello per la panza del boss Abriola che asside come un avventore bar sport con bretelle (un Giuliano Ferrara in sedicesimo) all’americana: all’ingresso dello studio sue immagini di Nuovaiorche, però stride con il baffo siculo e impomatata riccioluta mediterranea.
Luciano a sinistra vicino il Durst D 659 dalla torretta doppia 6x6 e 135, a latere il boss su sgabello si arrotola la camicia, manco dovesse impastare farina, alle spalle chi scrive e poco in là Diego con aria allegra come al solito d’assistenti di laboratorio.
Chiuse le luci ordinarie, tirata la porta scorrevole che divide pugigattolo (piccolo locale qui camera oscura) della rotativa, che immette nella sala di posa, e a sua volta…Accese le lampade inattiniche (non sono mai e dicasi mai a luce rossa casomai per altri “cosi” non già la carta fotografica che non desidera essere maneggiata a luci rosse..) e inserito il primo rullino 120 non ancora tagliato a strisce di tre fotogrammi (3x4) poi imbustati e messi a dormire nel cassettone archivio di altrettanti matrimoni, Luciano da l’inizio. Si parte prima con la stampa diciottoperventiquattro bianconero che il colore in formato trediciperdiciotto è ancora una rarità da inserire nell’album, comunque, bianconero di cuoio impossibile.
Luciano dà la prima posa i come diapason per i susseguenti fotogrammi dell’intero matrimonio uno dei tanti ripreso giorni addietro; più o meno come si dirà. E il foglio emulsionato di Ilfobrom Ilford dal marginatore (tiene in piano la stampa e conferisce bordi bianchi che van di moda sebbene imperversi il Sessantotto ed esegesi di stampa al vivo) nelle mani del boss a capa sotto nel bagno di sviluppo, e comincia a dondolare di qua e di là insieme a pinzate: rituale solo per la prima copia e che va bene. Poi il foglio arpionato, tant’è la delicatezza…del boss finisce nella seconda vaschetta con acqua, infine nel fissaggio dove bisogna subito “affondarlo” il cartoncino fotografico per evitare che bolle d’aria lo rovinino con macchie marroni conseguenti: da buttare.
Passano le ore. Luciano cinquetta e boss risponde e viceversa: di tutto di più tra i due marpioni e noi “ragazzi di bottega” a sopportare l’aria da camera a gas. Si perché il boss accende un’altra sigaretta, e siamo in quattro in meno venti metri quadrati, e la giornata è lunga!
Ora il boss va al galoppo, sempre seduto spaparanzato su lo sgabello, e lasciata la pinzetta mette le mani paffute e pelose nel bagno di sviluppo per manipolare meglio le copie: non succede nulla di grave alle mani tranne che, una volta usciti all’aria (!) le unghia delle dita scuriscono più della sua carnagione da marocchino stanziale qual è.
I diciottoventiquattro su Ilfobrom in gradazione morbida (n.2 su la scatola Ilford da mille fogli suddivisi per centinaia) si accatastano a latere l’ingranditore tra una chiacchiera di Luciano e Rocchino boss della Fotolampo Agenzia etc etc etc. E così una parola e l’altra i fogli ammonticchiati finiscono tutti insieme nel bagno di sviluppo, poi con nonchalance la mano dall’ultimo foglio risale gocciolante al primo e via così come pale di mulino fino al termine di tutte le copie sviluppate. Poi il tuffo in acqua e siamo a turno noi “ragazzi di bottega” (Rocchino chiacchiera mentre altra cenere finisce nel bagno) a togliere le copie dall'acqua e “affogarle” nel fissaggio aiutati da tozzo pezzo di legno a mo’ di cucchiaia per girare i ragù.
E sembra di essere una catena di montaggio: posa all’ingranditore Luciano. Presa in carico dal boss per lo sviluppo…acqua e fissaggio di noi apprendisti. Senonché la grossa bacinella cinquantapersessanta di fissaggio è satura di copie ammonticchiate, e da lì bisogna passarle in acqua del vascone porcellanato; aprire l’acqua e girare con le mani le centinaia di copie: piacevole in periodo estivo un inferno ghiacciato d’inverno con relativi stati influenzali. La turbolavatrice, che pure esiste sul mercato fotografico, il boss si guarda bene dall’acquisto (minimo investimento massimo profitto schiavizzato noi, e poi besenisse is usual, time is money etc etc etc) fino a che i troppi raffreddori presi dà modo a Luciano (il vero boss è lui e quando s’incazza a giorni dispari si ferma il laboratorio ché il boss non è c*** suo) di spagnoleggiare vanteria e mellifluo intima al boss l’acquisto. Così finalmente i raffreddori passano e tutto procede per il meglio nella camera a gas, detta camera oscura.
E che ore saranno…? Sì che il tempo non si percepisce più, eppure si fa Mezzogiorno e un po’ di pausa, fuori camera oscura, con i polmoni a riassaporare quella strana cosa che è l’ossigeno! Terminata la pausa (il boss avrà terminato un’altra sigaretta dopo la precedente) stampe e ancora stampe. Già perché insieme ai diciottoperventiquattro ora Luciano ne stampa di tredicciperdiciotto da consegnare agli sposi insieme all'album, e che regaleranno agli invitati, come “pattuito” da contratto della Fotolampo su cui è giusto e saggio stendere un velo pietoso!
Ma che accade? Il boss con la sigaretta (siamo in camera oscura) in mano a furia di parlare non s’avvede che è tutta cenere che cade, con nonchalance, nel bagno di sviluppo! Apoteosi quando le sue mani (e cenere in ammollo) corrono svelte per la posa “lunga” o sovresposta di Luciano, ciarliero a briglie sciolte, a bloccarne lo sviluppo tuffando in malo modo copia nella bacinella d’acqua: scena che pare quei soffioni nel Yosemite Park fotografati da Ansel Adams. E nelle mani di Rocchino a volte la cosa funziona altre no, siché bisogna rifare la stampa; casomai stavolta è “corta” in posa di un Luciano già scoglionato. E fa niente se la stessa a cap’ sott’ e sotto la ‘zerta (catasta pila) galleggia tragicamente a malapena a filo di bagno rimasto; tanto riemergerà quando la “bella” velatura chimica (lungo a dirsi perché) avrà “ricostruito” i mezzi toni mancanti in sorta d’interpolazione odierna a computer. Illusione.
Ecco allora che bisogna di “rimbocco” a rifare volume intero del bagno da un cilindrotto in plastica con tappo e chimici; se ne versa nella bacinella per “rianimare” l’esausto filo di sviluppo nella bacinella che nel frattempo diventa nera ai bordi neri causa di…Senonché a contatto di quello (filo) il rimbocco non a temperatura (letteratura tecnica opzionale del boss!) porta scompenso, e diversa posa per impressionare le copie che la panza su sgabello e bretelle all’americana scoglionato richiama l'infastidito Luciano, mentre altra cenere cade...
Insomma intorno alle due la camera a gas smette giusto l’attimo di andare, ognuno per la sua, a ingollare il pranzo e alle tre, massimo e un quarto, si ricomincia almeno fin le diciassette, quando esausti e cianotici per carenza di ossigeno usciamo “vivi” dalla camera oscura!
Ma non è finita perché bisogna “resettà” pulire la camera oscura (che non ha finestra d’arieggio!) e sistemare quel liquame, cosa nera puzzolente, di bagno di sviluppo che manco il Padreterno riuscirebbe più a sviluppare alcunché, nel cilindrotto senza filtraggio di cenere e nicotina a sigillo per una successiva “sessione di stampa”.
Le copie Ilfobrom tirate dalla turbolavatrice e messe in vaschette (da bucato) adesso passano sotto la rotativa, grosso cilindro cromato a specchio cui interno è resistenza riscaldante, che le asciuga stese come sono già sul lercio panno di lino grezzo (alla tapis roulant in Tempi Moderni) e conferisce alla stampa quella patina a “specchio”.
Il boss è uscito per la Pretoria, main street cittadina, Luciano chiama a telefono una sua conoscente per una…fellatio e noi due “assistenti” a ridere; così sino alle otto di sera, quando come Iddio vuole la giornataccia termina…

Man



Ab-ove calembour anglolatino che viene anche questa volta ad hoc: dall'alto ed inizio latino. Perfetto. Si perché così è iniziata del tutto inconsapevole l'avventura fotografica del Manunzio (che una ne pensa e cento ci prova a fare). Una plastica macchinetta in formato 120 comprata su bancarella (!) così per gioco...sul finire degli anni Sessanta laggiù nella profonda provincia 'taliana

Man

Ps. 'taliana in lingua napoletana tra serio e faceto non è sovrapponibile all'italico del caso

Sotto l’ombrellone: Figaro & Minolta


Vabbene è un'altra storia degli anni Settanta trascorsi, d'un figaro limitrofo, meglio ancora coiffeur pour dames. E si sa nei piccoli borghi bisogna inventarsi di che vivere quotidiano. Senonché il nostro è abbastanza intraprendente e viene a trovarci allo Studio FotoLampo (Agenzia fotogiornalistica Lampo) che oltre le classiche foto di cerimonia, è anche vera e propria agenzia like Carrese Pubblifoto. Infatti il giornalista (Saro Zappacosta e altri) sagace nello sbertucciare il potere volatile locale: volatile nel senso autentico, poiché notorio feudo di Colombo (alias Balena bianca e/o Democrazia Cristiana). E quindi l'Agenzia Lampo con bacheca sulla main street, o detta Pretoria su modello accampamento romano, pure ammanigliata con la Rai, e suo operatore Mimì Abbatista sodale del boss Rocco Abriola della Lampo...Un bel focus di provincia italiana.
Ma che c'entra il figaro? Eh quanta fretta! Intanto il figaro era certo Lorito cui a quasi cinquant'anni è difficile associane nome: poco importa. E dunque veniva dal paese per commissioni nella “città capoluogo” e per apprendere di fotografia, pensa te. Il che consisteva nell'imparare a caricare la Rolleiflex, con cui il nostro eseguiva, anche, i famosi o famigerati fototessere per documenti...e cerimonie: battesimi cresime e matrimoni, pure questo.
Siché il boss della Lampo gli impartiva che la biottica ha un solo tempo (?!) di sincrono 1/125 e “solo” due diaframmi: ossia f8 fino a due metri o giù di lì, mentre f5.6 per il resto. Tutto qua la ripresa fotografica! Quanto allo sviluppo e stampa si stende un velo pietosissimo.
Poi certo ad una tedesca (Rollei biottica) potevi far mancare un Agfapan 100 teutonica? No di certo. E con un po' di menta, che uno dice: sarebbe? Ahh paisà...quando si estraeva dalla biottica il fatidico 120, nome in codice, con mano destra, così come si farebbe d'una cartina e tabacco per farne, ancora oggi, sigaretta à la page (!) bisognava chiudere il rollfilm, sigillarne tutt'intorno il rocchetto finale. Niente di trascendente, infine, ma leccare, inumidire con lingua la fascetta intorno alla carta protettiva del rollfilm. Più pratica veloce a farsi che a scriverlo! Figaro Lorito, va. Senonché il coiffeur del paesello, non certo un'aquila, si fece “abbindolare” dal sardonico boss, e invece della Rollei gli “consigliò” una Autocord Minolta. Verbo, abbindolare, un po' forte esagerato ed irriverente poiché qui si parla pur sempre di quella Casa della mitica Srt101: Minolta appunto, e sue più che degne lenti Rokkor! Vabbè preistoria e però…
E particolarità saliente della Autocord del Lorito figaro il fatto che, mentre Rollei ha manopola laterale per i fuochi, al pari della mitica Yashica 124 G, la Minolta sottostante la seconda ottica (cui deriva il termine, appunto, di biottica) leva per i focheggiare. Non sapremmo dire se “very fine” o user friendly ché mai provata sul campo, spiace

Man


Il nome biottica
Publifoto
Autocord Minolta




La zia d’America & lo zio scapestrato

Figaro prima e postino poi deciso a mettere la testa a posto, uso dire, con matrimonio “combinato”. E da chi come e quando non è possibile ricordare ché son passati cinquant’anni.
Vi arriviamo, a casa della futura sposa, a piedi dopo la tratta ferroviaria lungo uno sterrato in salita, a verificare questa volta il corredo nuziale di casse ed armadi pieni di “dote”. Senza dire che la sposa accompagna il tutto con appezzamenti di terreno, su cui scorribando sino al fiume laggiù.
Sì certo la casa è rustica, eppure tenuta come una civilissima abitazione cittadina, e senza acqua corrente in casa (un fontanile per mandrie a poche centinaia di metri svolge il suo compito e ci si reca con gusto a far provvista d’acqua per l’abbisogna) così pure la luce elettrica, sostituita a soffitta, da lucerna a gas a certa ora della sera dalla “nonna” la sposa, vestita in abito locale: possente e presente tutto il giorno in cucina come Nume tutelare della famiglia.
E poi camere e soffitta dove curioso fra aromi di cipolle aglio e conserve per l’inverno, e sottostante stalla dirimpetto all’orto tenuto con geometrica precisione. Infatti il papà della sposa (poi mia zia) è un marcantonio mai fermo: ora qui ora là per il podere che termina a valle lungo la ferrovia; a monte tra rocce e orrido su fiumara nel caldo torrido d’un Agosto fine anni Sessanta.
Terminata la “rassegna” del corredo fra donne in nero della sposa da occupare una stanza intera, a latere nonna (madre dello zio) e mia madre (sorella dello scapestrato) che non ne lascia passare una, al solito rompiglione…mentre si prepara una tavolata per la “colazione” e sono appena le dieci di mattina quando escono dalla madia: caciocavallo salsiccia soppressata sottolio…pane nero buonissimo, tanto per gradire e si scusano (i parenti della sposa) per la poca roba in tavola (!). Naturalmente vino, acqua minerale aranciata a temperatura, così della piccola ghiacciaia (non c’è ancora il frigorifero) domestica in un angolo della cantina.
Fuori è caldo e pizzica la pelle, immancabile la romiglione madre non vuole che prenda sole: vabbene che in mezzo a tutti loro mediterranei olivastri la mia pelle chiara occhi pari e capelli che virano al biondo, sembro un nordico, consiglierebbe cautela ai raggi solari, e però…sarò a sera di un color “aragosta” su viso braccia gambe in pantaloni corti a dispetto della (mia) “madre”.
E mentre il giorno scorre in cucina si prepara il pranzo della domenica (dopo la colazione mattutina!) con la zia d’America venuta apposta da New York. Messa a confronto con il babbo della sposa, sorella gli somiglia in tutto “stazza” compresa da corazziere. Impasta e stende con il mattarello la sfoglia come in un quadro fiammingo, mentre poco più in là seduto ad un pizzo dell’enorme tavolo da cucina, un tale con macchine fotografiche al collo. Solo molto più tardi quando avrò contratto il virus della fotografia (che non m’abbandonerà mai più, incurabile purtroppo) nel ritornare alla memoria di quel tempo saprò che essere Leica e lui, il fotografo, nientemeno che di Life…ma questa alla prossima e del matrimonio dello zio e la zia mai capacitata della sorte ricevuta, ecco, dello scapestrato ex figaro poi postino alle Poste!

Man


Ps. La zia americana preparò quel giorno una lasagna lieve e dolce, zuccherina esagerazione ma per capirsi, mai più mangiata. Anzi è proprio quel gusto morbido e dolce che, nell’ora meridiana del pranzo domenicale, fa riemergere dal quel tempo oramai lontano

Povertà? La conosco




Certo venire da famiglia di commercianti napoletani, efficacemente tratteggiati nei personaggi eduardiani, e trovarsi con il desco vuoto…
Ma state a sentire che noi la povertà la conosciamo benissimo. Dunque negli anni del Boom economico o Sessanta del secolo trascorso, a casa c’era molto di più del “living standard” anzi finanche l’enciclopedia (mamma ci teneva molto e avrebbe voluto studiare, e il figlio in sorta di riscatto, per diventare una “dottoressa” come lei diceva senza acrimonia) e una Olivetti Lettera 32, macchina per scrivere ben difficilmente ritrovabile nella Upper-class di città di provincia italiana. Educazione, quindi, domestica ben oltre lo “standard”; poi la scuola i maestri e le maestre, i cinema più della televisione che allora cominciava la conquista del “focolare” domestico, i giochi e giocattoli, che li avessi conservati tutti sarebbero stati migliaia di soldaten indiani carri armati cowboy Settimo cavalleggeri…pistole fucili e trenini elettrici…Niente male eh per una casa di “modesti” commercianti.
Eppure accadde un giorno che il babbo, dalle scarne parole e molti molti buoni fatti e sembrava la depandance della Croce Rossa altrui, si trovò in condizioni di non poter più onorare gli impegni, e fallì. Una Via Crucis, grazie ad un suo “amico” di bisbocce che gli mandò il pignoratore: neanche più televisione che portarono via con altra roba di casa. E la sera per lunghi anni si ascoltava solo la radio.
E venne pure Natale, ma neanche il più povero dei suttani (abitazioni sotto il livello stradale, a volete vere e proprie grotte adibite a domestico uso) lo avrebbe trascorso senza il rituale e tradizionale piatto delle feste. A me toccò in sorte quel giorno una ciotola di latte, al solo ricordo si lucidano gli occhi e un nodo stringe più d’una cravatta, che non scorderò più sino alla fine dell’Eternità (poi si ricomincia daccapo per alcuni esegeti). E insieme alla scodella vennero i giorni in cui si poteva pranzare una volta al giorno, e a scuola non era possibile acquistare i libri, dal che lasciai gli studi e per 5 mila lire a settimana (una miseria eppure servivano a casa) da schiavo ché non c’erano né ferie né orari (finanche mezza giornata la domenica mattina) e neanche contributi versati per la pensione (!) il lavorare presso laboratorio fotografico…poi la mamma e la nonna, si ricominciò a riveder le stelle. Ma questa è un’altra storia

Man

Oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta in Italia: record dal 2005

Istat, 5 milioni di persone in povertà assoluta nel 2017: record dal 2005

Istat: oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta, al Sud 1 su 10



Ps. La povertà non è mai solo pane, se è vero che “non di solo pane vive l’uomo” ( Luca 4.3) sono le scarpe che (anche noi) si è calzati, a volte sfondate con interno di cartone. E calze di rammendo quotidiano, gli stessi abiti (puliti) estate ed inverno. Eppure mai e poi mai è mancato un libro, fedele e solidale: sempre. Così prima a lenire la solitudine (altra faccia della povertà) poi quale fonte di conoscenza e salvezza, infatti siamo ancora qui a scrivere…e siccome tutto è stato sperimento su la carne, quando vediamo da tivvù e altro, senza parole cum+patiri** tutti quelli che non hanno manco più occhi per piangere, viene naturalmente umano
** Compatire

Pss. Riusciamo a fare fronte a tutti i morsi della vita perché di animo francescano che per noi la “povertà” è di casa

Una estate lontana




Stagione di caldo africano (mai più ritrovata) quella in cui dalle fresche mura domestiche muovevamo a drappello verso la Pineta Monteraeale; più spesso al fiume, la Jumara che è anch'esso relitto e non solo linguistico. Jumara he è si fiume eppure porta in sé echi di onde venate di acquamarina.
E più ancora le acque del Basento, lontane dal centro cittadino arroccato lassù a quasi mille metri di altitudine della provincia italiana anni Sessanta del secolo “breve”, erano luoghi di avventure non proprio alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn, che leggevamo a scuola, sul Mississipi, e però...Quante capanne su gli alberi, eh avessi voglia, e tuffi nelle acque che prendevano il verde colore delle alghe del fondo, girando a massi affioranti prima di terminare nello Jonio di Taranto. A guardare lo stesso orizzonte, oggi, che la geometrica brigliatura cementizia fa da “argine” al fiume, pare impossibile che un tempo, altro e diverso, vi è stato.
Antonio dallo sguardo fisso nei tratti del volto squadrato, vicino le sponde del Basento aveva la casa del fratello, allora conveniva prendere un boccone di pane con sopra un pomodoro schiacciato filo d'olio e sale a complemento, mentre tutt'intorno batteva Mezzogiorno. Controra (ora contraria che abbriva dalle fascinazioni del momento solare con l'uscita di Pan e corteo di Nife, che prendono bagno nude e vederle per un mortale conduce alla cecità) di echi riflessi e mormorii...Nella scintillante luce meridiana, il monte era avvolto di un ardente alone di spettri e fantasie, strane cose erano in agguato, il mondo era accordato su una nota diversa, lontana**

** Hermann Hesse L'ultima estate di Klingsor

Man

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