Manunzio


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Lo spazio di un mattino l’immagine vincitrice di non so cosa e quando spedita, certo tanto per celia. Ma non è questo, a dirla tutta nun me po’ fregà de meno, poiché conosco il valore “artistico” di chi scrive, ma tant’è. Insomma una bocca in agrodolce per quanto è banale la foto nella sua essenza tutt’altro che peregrina. Intendiamoci anche quando faccio il naif tutto è ponderato, vale a dire per usare metafora, poi mica tanto, quando uno è elegante tout court anche con una foglia davanti e una dietro, si sa mai, non dismette per questo certo allure. Manunzio non è fesso, lascia correre in spirito partenopeo dal basso profilo, ma quando c’è da dare la zampata, anch’essa tout court, attenzione alla sciabolata di Manunzio, che fa molto ma molto male.
Una tazzina vera di vero caffè bevuto in un giorno di inverno freddo e gelido con una “scherda” di sole, quel tanto di sole per creare la magia di uno still life venuto a “caso”. Qui Manunzio non procede oltre ché solo pochi fortunati, stavo per scrivere eletti, possono anzitutto vedere e poi intendere…e del perché non il 19 invece che l'odierno 17 kabalistico!


Ps. La fissa della mamma era di avere per il figlio roba di certo valore e per questo che a cadenza regolare ci arrampicavamo per una scale di legno, più che altro una parte di sesto grado, fino lassù da Mast’ Aniello sarto, fine napoletano chissà come catapultato tra le montagne lucane. Rito per un taglio su misura invernale ed estivo dai pantaloni corti che ancora indossavamo pur grandicelli



Un punto di ritrovo lungo il cardo che sussiegoso chiamiamo “Pretoria”: sì il riferimento al castro romano palizzato o meno, Cesare squadristi Legionari ed emuli moderni nell’Amerika sempre con kappa. Tutto vero.
Senonché a certa ora del fine settimana , la Rai Lucania che noi preferiamo al bizantino Basilicata, si trovavaa nell’Agenzia Lampo dove imparavamo l’arte fotografica in bianco e nero. Fotolaboratorio e di notizie cittadine (la bacheca su la Pretoria faceva concorrenza a quella della Gazzetta del Mezzogiorno, con in più buone immagini se non alla Weegee là là).
Eccoti il “baffo” patron del fotolaboratorio, Saro Zappacosta estensore dei “pezzi” pubblicista e non RAI, l'impareggiabile Mario Trufelli Capo redattore-bardo-poeta-scrittore e fine dicitore dell’allora Sede lucana che emetteva per lo più radiogiornali; qualche volta sul Canale Unico (poi venne il secondo sempre canale) RAI bianconero Anni lontani trascorsi, reportage da queste contrade, grazie al rubizzo e incazzus’ Mimì Abbattista, l’operatore con l’inseparabile Arriflex 16 millimetri (qualche volta la faceva toccare e noi subito l’occhio al mirino imitando Mimì). Era lui con noi apprendisti stregoni, pur da certa distanza minimamente paragonabile alle castronerie coronariche correnti, a illustrare ora questo ora e qualcos'altro aspetto delle riprese: ottiche diaframmi, zoomate e sincrono sonoro. Quando “pontificava” tutti lì, sempre noi, a bocca aperto presi dall’oracolante operatore RAI, mentre il resto, baffo ed altri si apprestavano per uscire su la passerella della Pretori, a due passi dal Gran Caffè, ma questo è un’altra storia



Domenica è sempre domenica...Si svegli la città con le campane motivetto di Mario Riva che la televisione bianconero era manco nata più o meno. Campane, a morte invece di sti tempi coronarici eterodiretti, eh avessi voglia . La nostra Domenica era uno spasso per mille motivi, noi che veniamo da una dimensione spazio-tempo mentre voi cornacopi, più o meno cornuti alla sicula maniera, con mascherine di Carnevale infinito per la presa d’aria del carcere domestico pascolate bradi. Noi di Domenica la pasticceria poi la tavola con tovaglia che la mamma tirava dal corredo; d’estate poi il bandone (non ancora i bombati frigo alla amricana) con vino l’aranciata di fialetta “sintetica” l’Idrolitina frizzante e frutta sotto un filo di acqua a refrigerio. La pastasciutta e... un po’ indietro, le campane: sì, la Messa che rottura di s...acramenti e però le campane: chi le suonava? Ma noi piccoli appesi a dondolare su le funi che salivano su su fino alla torre campanaria. Certo non erano armoniche, però appesi alle corde altro che giostra, su e giù almeno sino all’arrivo di Peppotto sbilenco grosso che brancicava con le mani novello orco su le nostre teste, ma figl’ e ‘ntrocchie squagliavamo (sgusciare) via fuori dalla sua stazza da buon cavernicolo!


Il numero di Dicembre TF 1969, sebbene il primo è del Novembre precedente, con Giuliano Forti, passato in seguito alla Redazione di Fotografare di Cesco Ciapanna e da tempo cessata pubblicazione, poi a dirigere Reflex sino al 2016 quando anche questa chiude i battenti, in un articolo introduce i novelli fotografi allo sviluppo del negativo e quant'occorre ad esso con successiva stampa in bianconero. Nell'un come l'altro caso bisogna avere discrete conoscenze sull'argomento camera oscura, forse non proprio di un Ansel Adams o Alfred Stieglitz, padroneggiare dallo scatto allo sviluppo negativo e stampa, con quella “previsualizzazione” del risultato finale (teorizzata proprio da Adams) è viaggio che dura tutta una vita, tante le variabili in gioco e tecnologia che nel frattempo muta insieme al gusto di chi sta dietro lo specchio reflex, à la page telemetro Leica, guarda il mondo e ne dà forma


Panta rei proprio così tutto scorre via e non ci si bagna due volte nelle stesse acque (del fiume). Cinquant'anni che sembrano, ai tempi di Internet, forse cinquecento va mo' tu a sapé. Sia come sia una vita passata dietro la fotografia, iniziata ai tempi dei pantaloni corti e in modo sistematico dalle colonne di Tutti Fotografi della Editrice Progresso, che pure leggevamo con ingordigia, nel lontano 1969. Insomma Manunzio non è un funghetto nato oggi, casomai nella Milano da bere...ma grazie anche ad uno zio fotografo "ragazzo" di bottega di fotolaboratorio che negli Anni Sessanta della provincia italiana che è fu sviluppava e stampava anche il colore: 3M Kodak e Agfa (che seguivano ognuna un proprio ciclo particolare) e non ancora il calderone C-41 (altro step del Pensiero Unico) che tuttora sommerge le sempre meno pellicole a colori circolante ancora per il terraqueo

Man fotografo dal 1969




Fregola? No grazie


Portavano le macchine fotografiche, ricordo in particolare una Bencini Comet, nella sua custodia in pelle dura avvolta anche in carta di giornale! Rullino bianconero 127 “piccoletto” ricavato dal più grande 120, alias Rolleiflex Hasselblad Zenza Bronica…ma con più pose al posto delle quadrotte e canoniche dodici: come gli Apostoli! E quando provvedevo (ero responsabile del trattamento di sviluppo della Foto Agenzia Lampo che altre volte abbiam detto) ad esaminarle il più delle volte erano riprese di fotogrammi estivi (famiglia) ma natalizie (con i parenti) e altro: senza fretta ché c’era un'altra concezione (modus vivendi) del Tempo. Per cui quando ritiravano le settedieci, cartoncino Ilfobrom (più pratico e a buon mercato nelle scatole da mille fogli) smaltato a specchio grazie a lastre cromate su rotative (smaltatrice) era da parte del cliente una festa e lo si leggeva negli occhi. E non di raro che gli stessi scatti, se avevano a che fare con gruppi, si stampava più e più volte. Fotografie che poi finivano nell’album familiare a “memento”: oggi è una bestemmia ché bisogna consumare tutto subito ed in fretta. E così capisci la bocca aperta dell’amico, che in gita fuori porta su le nostre montagne ad un fontanile, si è visto immergere con gesto sbadato il suo smartphone e “stoccate” foto su scheda. Vabbé che siamo fatti della stessa natura dei sogni (W. Shakespeare) però perdere la memoria…fa sganasciare i satanisti del Nuovo (dis)Ordine Mondiale, i quali però conservano le loro fotografie in album come nei quasi due secoli da quanto c’è la fotografia: ca, dicono, nisciun’ è fesso (o fisso?). Una volta tanto sante parole dei soliti satanici governatori (in rotta ed era ora) del Mondo

Bencini_1
Bencini_2
Bencini_3


Man
Fotografo sin dal 1969



Pazziann'

La creatività è si dono naturale, cosa preclusa a minchiapixellisti onanisti, e tuttavia se non alimentata insterilisce, fa diventare routine robotica: zombie che affollano le Metropolis del Mondo cano che ci ho sotto i piedi direbbe Faletti-Catozzo, e certo quelle magistralmente effigiate da Fritz Lang, che non a caso richiamiamo spesso poiché paradigmatico.
Sia come sia si dirà di uno spazio tempo (infanzia tout court?) dove il gioco era dimensione sociale: si, la strada ma anche la campagna non molto dissimile dalla avventure di Huckleberry Finn e suo compare di merende Tom Sawyer. Il fiume eh ce ne vorrebbe di spazio, ma per un'altra volta. Gioco che rima con giocattoli e personalmente ne avessimo conservato potremmo fornire eserciti mercenari a questo o quello: quanto a pagamento...E lo stesso varrebbe per le Giacche Blu del Settimo Cavalleggeri, e indiani e tribù da non dirsi il numero. Infime armerie: eh come no.
Capirete quindi del come con quattro pixel messi in croce si riesca dove i minchiapixellisti manco osano pensare (che è peccato!). Così quando ci si imbatte in situazioni...



Škoda Model Car Photography
Benedek Lampert


Man

Ps. Pazziann' in napoletano è “pazziare - giocare” lato sensu



Una foto di still life niente di che, anche se in questa immagine, come pasta sfoglia più che stratigrafia paleografica, qualcosa ha a che fare con la memoria, che è poi tutta la mia produzione da cinquant’anni in qua.
La tovaglia bianca e candida come quella che la mamma tirava fuori dal baule del corredo tutte le Domeniche e giorni comandati, il pranzo con i parenti; e vino fresco che il babbo sistemava in un secchio argentato, almeno così sembrava, sotto il filo d’acqua e frutta estiva, ché i frigo Stars and Stripes non c’erano ancora in ogni casa.
E per noi più piccoli (il rosso di Bacco era proibito) limonata a volontà, a volte di quelle prime bustine liofilizzate combinate con l’Idrolitina, un po’ di bicarbonato per rendere “frizzante” l’acqua

Man


Ps. Il set è quanto di più semplice si può: luce finestra naturale filtrata da normale tenda domestica alta tre metri; per asse il legno casalingo per i lavaggi brevi; la tovaglia altro non è che tanti pezzi assemblati in Pshop Elements ché noi non siamo “professionisti” a sentire questo e quello. La bottiglia comprata in un negozio di chincaglieria sulla Main Street cittadina, mentre il bicchiere di “limonata” è clonata dalla parete di fondo. Impareggiabile scatto su Olympus E-20 d’altri tempi come il set che rimanda d’una giornata estiva Anni Sessanta della provincia italiana al Sud



Non le mandiamo a dire: ancora una a Forma Milano da bere



" Caro amico di Forma,questa newsletter è diversa da tutte le altre. Lo è perché sono io a scriverla - non quindi una Fondazione ma una persona fisica che in questa Fondazione crede e lavora - e perché vuole comunicare un’iniziativa importante e diversa da tutte le altre.

Stiamo cercando di realizzare un nuovo progetto, ambizioso e bellissimo come tutti i progetti dovrebbero essere: aprire una Biblioteca di fotografia a Milano.

L’idea è nata qualche anno fa, quando ci siamo accorti che in una città ricca di iniziative e punti di interesse fotografico come è Milano, mancava comunque un luogo di silenzio, di ascolto, di lettura, di riflessione - solitaria o collettiva che sia - intorno ai temi dell’immagine fotografica.

Altre istituzioni prestigiose hanno lavorato in questo senso, e creato importanti biblioteche che per noi sono e resteranno punti di riferimento; ma nessuna è all’interno di Milano.

Così questa idea iniziale lentamente ha cominciato a strutturarsi e a diventare da semplice sogno, qualcosa di possibile: una biblioteca specializzata di fotografia nel cuore della città, che sia aperta a tutti, con più di 6.000 titoli a disposizione di adulti, ragazzi e bambini. Un luogo culturale importante per Milano e per l’Italia.

Un progetto del genere, però, non si realizza da soli.

Abbiamo quindi cominciato a cercare altri compagni di viaggio lanciando da poco una semplice campagna di raccolta fondi. In una settimana siamo riusciti a raccogliere più di 1.000 euro in donazioni, tanti consensi e partecipazione. Per questo risultato vorrei ringraziare personalmente tutti i primi donatori.

La strada però è ancora lunga e saremo felici se tu volessi percorrerla, anche solo in parte, insieme a noi. Vieni a trovarci a Forma, in via Meravigli, per conoscere meglio il nostro progetto e capire i tempi e i modi in cui intendiamo realizzarlo."

Grazie fin da ora per la tua donazione,
Alessandra Mauro
Direttore artistico di
Fondazione Forma per la Fotografia


Il nostro modesto (?!) reply


Grazie per la email in "carne&ossa". Sono cinquant'anni e più che, volere o volare, mi occupo di fotografia iniziata ai tempi dei pantaloncini corti anni Sessanta grazie ad uno zio fotografo che stampava, pensa te, pure il colore nei miti Sessanta nella provincia italiana alla Vittorini.
Quello che lei scrive pensi un po' l'avevo proposto da "straniero" alla Milano da bere formato l'Afip negli Anni Novanta secolo trascorso, e se fosse presente Alfredo Pratelli passato miglior gloria ne potrebbe testimoniare: veniamo da lontano, ecco, e andiamo lontano.
Quanto a donazione la cosa è per lo meno offensiva e desta sconcerto, ma in un paesello come il Belpaese forse non il formaggio, perfettamente consono alla "carità" cristiana: Carlo Maria Martini docet.
Pertanto se di obolo deve trattarsi, meglio un rastrellamento tramite una “bella” mostra (ammucchiata?) e di nomi famosi: Gastel corrente Afip Presidente nonché, riciclatosi, tricoter (in italiano magliaro) a sedicente "artista" avessi voglia a certo allure. E lo scampato dal Ponte di Genova Oliviero Toscani (il Padreterno o chi per Esso vede e però ceca o dimentica uso dire) che dismesso i panni ruffiani di sedicente "progressista" ogni minestra televisiva, e alla United Colors del sodale Benetton (anfitrione o mecenate fate vobis, sì, certo quello di Genova anch'egli e delle 43 vittime su la coscienza) altro cavallo di razza. Un Benedussi che come i precedenti oltre ad ammorbare l'aere sottraendo indebitamente ossigeno al prossimo (Padreterno dove sei?) disceso dalla Cathedra di Lectio Magistrale et Sublime, con le sue scosciate e discinte donnine a ricreare l'animo gravato e gravato della Milano da bere, non stonerebbe tra nastrini e maitresse che, di giorno e vieppiù la sera, taccheggiano, come una Grazia Neri qualsiasi per strada in attesa di clienti.
E l’’elenco potrebbe includere pure i morti alla Gabriele Basilico e sue città fantasma, Cesare Colombo e suo Naviglio, e Lanfranco che non lo era (poi tanto fotografo quanto imprenditore) ma una birba di “mentore” ante-litteram in quella Via Brera, prima Canon poi Kodak “Il Diaframma” . Un gallerista e ante prosopopea MiaPhoto accodatasi (dietro input Star&Stripes e annessi ritardi storici della Milano da bere) alla fottografia che refuso non è per chi ha orecchi non certo a spartire la testa…Ecco che la cosa è lunghetta, e al codazzo mi ci metterei con tante belle fotografie (gratis pro causa s’intende) mai viste per il terraqueo. E solo in questo caso l’obolo, pur sotto forma di lascito fotografico da vendere per l’autofinanziamento della Casa, una volta del popolo, oggi della Fotografia, sarebbe ‘na bella cosa.
E nel ringraziarla una preghiera per lei della Milano da bere: guardi che non abbiamo l’anello al naso e non andiamo in giro come i vostri “padani” adorni il crine di corna seppure ad elmo.

La saluto cordialmente
Michele Annunziata detto Man(unzio)

Forma fotografia

Un eterno istante (con tanto di benzodiazepine à la page, autobiografia a cavallo di Giovanni Gastell nipote Luchino Visconti)

Oliviero Toscani 1

Oliviero toscani 2

Oliviero Toscani 3

Date del bromuro a Toscani

United Colors of Benetton



Una giornata particolare, anche troppo. Anni Settanta. Fotolampo di Rocco Abriola agenzia di cronache e…matrimoni di provincia italiana. Camera oscura: bagni (chimica per la stampa fotografica) preparati di fresco e scaldino collegato a presa che a sua volta, da sotto il bancone di metallo, riscalda il bagnomaria e bacinella del primo sviluppo per la stampa, insieme con la bacinella dell’acqua a seguire (senza il pestifero acido acetico glaciale!) e vasca gigante color rosso fuoco per il fissaggio, indica l’inizio della sessione di stampa
Ore otto di mattino e soliti convenevoli, gira qua e di là che si fanno le nove mentre arriva Luciano dal viso schifato butterato di lumaca libidinosa all’impossibile e Pontifex della giornata in camera oscura.
Lo sgabello per la panza del boss Abriola che asside come un avventore bar sport con bretelle (un Giuliano Ferrara in sedicesimo) all’americana: all’ingresso dello studio sue immagini di Nuovaiorche, però stride con il baffo siculo e impomatata riccioluta mediterranea.
Luciano a sinistra vicino il Durst D 659 dalla torretta doppia 6x6 e 135, a latere il boss su sgabello si arrotola la camicia, manco dovesse impastare farina, alle spalle chi scrive e poco in là Diego con aria allegra come al solito d’assistenti di laboratorio.
Chiuse le luci ordinarie, tirata la porta scorrevole che divide pugigattolo (piccolo locale qui camera oscura) della rotativa, che immette nella sala di posa, e a sua volta…Accese le lampade inattiniche (non sono mai e dicasi mai a luce rossa casomai per altri “cosi” non già la carta fotografica che non desidera essere maneggiata a luci rosse..) e inserito il primo rullino 120 non ancora tagliato a strisce di tre fotogrammi (3x4) poi imbustati e messi a dormire nel cassettone archivio di altrettanti matrimoni, Luciano da l’inizio. Si parte prima con la stampa diciottoperventiquattro bianconero che il colore in formato trediciperdiciotto è ancora una rarità da inserire nell’album, comunque, bianconero di cuoio impossibile.
Luciano dà la prima posa i come diapason per i susseguenti fotogrammi dell’intero matrimonio uno dei tanti ripreso giorni addietro; più o meno come si dirà. E il foglio emulsionato di Ilfobrom Ilford dal marginatore (tiene in piano la stampa e conferisce bordi bianchi che van di moda sebbene imperversi il Sessantotto ed esegesi di stampa al vivo) nelle mani del boss a capa sotto nel bagno di sviluppo, e comincia a dondolare di qua e di là insieme a pinzate: rituale solo per la prima copia e che va bene. Poi il foglio arpionato, tant’è la delicatezza…del boss finisce nella seconda vaschetta con acqua, infine nel fissaggio dove bisogna subito “affondarlo” il cartoncino fotografico per evitare che bolle d’aria lo rovinino con macchie marroni conseguenti: da buttare.
Passano le ore. Luciano cinquetta e boss risponde e viceversa: di tutto di più tra i due marpioni e noi “ragazzi di bottega” a sopportare l’aria da camera a gas. Si perché il boss accende un’altra sigaretta, e siamo in quattro in meno venti metri quadrati, e la giornata è lunga!
Ora il boss va al galoppo, sempre seduto spaparanzato su lo sgabello, e lasciata la pinzetta mette le mani paffute e pelose nel bagno di sviluppo per manipolare meglio le copie: non succede nulla di grave alle mani tranne che, una volta usciti all’aria (!) le unghia delle dita scuriscono più della sua carnagione da marocchino stanziale qual è.
I diciottoventiquattro su Ilfobrom in gradazione morbida (n.2 su la scatola Ilford da mille fogli suddivisi per centinaia) si accatastano a latere l’ingranditore tra una chiacchiera di Luciano e Rocchino boss della Fotolampo Agenzia etc etc etc. E così una parola e l’altra i fogli ammonticchiati finiscono tutti insieme nel bagno di sviluppo, poi con nonchalance la mano dall’ultimo foglio risale gocciolante al primo e via così come pale di mulino fino al termine di tutte le copie sviluppate. Poi il tuffo in acqua e siamo a turno noi “ragazzi di bottega” (Rocchino chiacchiera mentre altra cenere finisce nel bagno) a togliere le copie dall'acqua e “affogarle” nel fissaggio aiutati da tozzo pezzo di legno a mo’ di cucchiaia per girare i ragù.
E sembra di essere una catena di montaggio: posa all’ingranditore Luciano. Presa in carico dal boss per lo sviluppo…acqua e fissaggio di noi apprendisti. Senonché la grossa bacinella cinquantapersessanta di fissaggio è satura di copie ammonticchiate, e da lì bisogna passarle in acqua del vascone porcellanato; aprire l’acqua e girare con le mani le centinaia di copie: piacevole in periodo estivo un inferno ghiacciato d’inverno con relativi stati influenzali. La turbolavatrice, che pure esiste sul mercato fotografico, il boss si guarda bene dall’acquisto (minimo investimento massimo profitto schiavizzato noi, e poi besenisse is usual, time is money etc etc etc) fino a che i troppi raffreddori presi dà modo a Luciano (il vero boss è lui e quando s’incazza a giorni dispari si ferma il laboratorio ché il boss non è c*** suo) di spagnoleggiare vanteria e mellifluo intima al boss l’acquisto. Così finalmente i raffreddori passano e tutto procede per il meglio nella camera a gas, detta camera oscura.
E che ore saranno…? Sì che il tempo non si percepisce più, eppure si fa Mezzogiorno e un po’ di pausa, fuori camera oscura, con i polmoni a riassaporare quella strana cosa che è l’ossigeno! Terminata la pausa (il boss avrà terminato un’altra sigaretta dopo la precedente) stampe e ancora stampe. Già perché insieme ai diciottoperventiquattro ora Luciano ne stampa di tredicciperdiciotto da consegnare agli sposi insieme all'album, e che regaleranno agli invitati, come “pattuito” da contratto della Fotolampo su cui è giusto e saggio stendere un velo pietoso!
Ma che accade? Il boss con la sigaretta (siamo in camera oscura) in mano a furia di parlare non s’avvede che è tutta cenere che cade, con nonchalance, nel bagno di sviluppo! Apoteosi quando le sue mani (e cenere in ammollo) corrono svelte per la posa “lunga” o sovresposta di Luciano, ciarliero a briglie sciolte, a bloccarne lo sviluppo tuffando in malo modo copia nella bacinella d’acqua: scena che pare quei soffioni nel Yosemite Park fotografati da Ansel Adams. E nelle mani di Rocchino a volte la cosa funziona altre no, siché bisogna rifare la stampa; casomai stavolta è “corta” in posa di un Luciano già scoglionato. E fa niente se la stessa a cap’ sott’ e sotto la ‘zerta (catasta pila) galleggia tragicamente a malapena a filo di bagno rimasto; tanto riemergerà quando la “bella” velatura chimica (lungo a dirsi perché) avrà “ricostruito” i mezzi toni mancanti in sorta d’interpolazione odierna a computer. Illusione.
Ecco allora che bisogna di “rimbocco” a rifare volume intero del bagno da un cilindrotto in plastica con tappo e chimici; se ne versa nella bacinella per “rianimare” l’esausto filo di sviluppo nella bacinella che nel frattempo diventa nera ai bordi neri causa di…Senonché a contatto di quello (filo) il rimbocco non a temperatura (letteratura tecnica opzionale del boss!) porta scompenso, e diversa posa per impressionare le copie che la panza su sgabello e bretelle all’americana scoglionato richiama l'infastidito Luciano, mentre altra cenere cade...
Insomma intorno alle due la camera a gas smette giusto l’attimo di andare, ognuno per la sua, a ingollare il pranzo e alle tre, massimo e un quarto, si ricomincia almeno fin le diciassette, quando esausti e cianotici per carenza di ossigeno usciamo “vivi” dalla camera oscura!
Ma non è finita perché bisogna “resettà” pulire la camera oscura (che non ha finestra d’arieggio!) e sistemare quel liquame, cosa nera puzzolente, di bagno di sviluppo che manco il Padreterno riuscirebbe più a sviluppare alcunché, nel cilindrotto senza filtraggio di cenere e nicotina a sigillo per una successiva “sessione di stampa”.
Le copie Ilfobrom tirate dalla turbolavatrice e messe in vaschette (da bucato) adesso passano sotto la rotativa, grosso cilindro cromato a specchio cui interno è resistenza riscaldante, che le asciuga stese come sono già sul lercio panno di lino grezzo (alla tapis roulant in Tempi Moderni) e conferisce alla stampa quella patina a “specchio”.
Il boss è uscito per la Pretoria, main street cittadina, Luciano chiama a telefono una sua conoscente per una…fellatio e noi due “assistenti” a ridere; così sino alle otto di sera, quando come Iddio vuole la giornataccia termina…

Man



Ab-ove calembour anglolatino che viene anche questa volta ad hoc: dall'alto ed inizio latino. Perfetto. Si perché così è iniziata del tutto inconsapevole l'avventura fotografica del Manunzio (che una ne pensa e cento ci prova a fare). Una plastica macchinetta in formato 120 comprata su bancarella (!) così per gioco...sul finire degli anni Sessanta laggiù nella profonda provincia 'taliana

Man

Ps. 'taliana in lingua napoletana tra serio e faceto non è sovrapponibile all'italico del caso
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