Manunzio




Diapo

In pratica una minuscola “stampa” da visionare pure controluce finestra. In seipersei e anor più, l’abbiamo scritto da qualche parte, seisette di Mamya RB 67, graziosa immagine: il bello dell’analogico fino a quando resisteranno i supporti...provatevi con un CD una Zip d’antan o chiavetta detta “unità” esterna che i furbacchioni dell’industria han dismesso di “supportare” o la bellissima obsolescenza programmata: impossibilità che il file del giorno prima e stesso produttore sofficiume non riconosce più, come certi Lp dorati (dati e foto) da sembrare vile vinile riciclato che si “conservano” nella Biblioteca Nazionale cittadina!
Giungiamo in un piccolo paesino lucano, va, per i riti (tre giri giro giro tondo rituali) del suo plurisecolare santuario; di quando andavamo dietro sta "rcheologia: antropodeché": ma chi può dirlo, e memoria sicuro.
Il luogo è impossibile per arrivarci con strade a gira stomaco: figurato e molto letterale. E prima che tutto abbia inizio la solita perlustrazione, quando: zacchete una porta messa lì quasi a dire: ‘mbé a ‘mbecille nun stai a scattà? E detto fatto. Ora quando all’imbecille è fatto vero, a volte e troppe l’impressione di essere strumento appeso a fili altrui, e va mo’ tu a sapé. Sia come sia lo scatto è della...boh. Quadrato originario sicuro di Yashica Mat 124 G, Rolleiflex biottica o Rollei Sl 66? Purtroppo memoria non ci sorregge, ahi.
Flashback anni Ottanta del Secolo “breve” alle spalle, il fornitore di materiale sensibile avverte che Durst ha in esibizione presso il suo studio-store un apparecchio per stampe dirette da dia. Ora dovete sapere che il bello della diapositiva, oltre la visione a finestra o visore da tavolo, la morte sua è fotolito per (una volta) stampa offset, cui primeggiava il National Geographic e suo Kodachrome dagli Asa-Iso Stars and Stripes tra i quindici o 25, Din omologo istituto tedesco per la standardizzazione. Quanto alla stampa da slide, diciamo domestica, una tragedia se non con costosissimi internegativi (scatto fotografico con film a colori e relativa stampa a colori) che pochi fotolaboratori nella Milano d’antan che ancora non “beveva” vi riuscivano. C'era l’immarcescibile Ciba-chrome, nominato solo con prime lettere, che restituiva cose da pazzi per intrinseca natura: duro contrasto diapo altrettanto Ciba, tant’è vero che ne tirarono fuori una versione per laboratori a basso contrasto (noi mandavamo alla Graphicolor di via Bufalotta de a Capitale) zuccherino per attenuare l’impossibile. Vero che ci aveva pensato pure Kodak ad “abbassare” il contrasto ma il materiale non prese mai piede, anche perché il modo di strutturasi del Ciba, procedimento unico sbianca-fix, ne faceva e forse ancora tutt'altra materiale “eterno” per gallerie very fine.
E così presentato il Durst diaconi 810 per stampe pure mignon da diapo, volete voi? Ne compriamo all’istante un esemplare. E una volta a casa sperimenta qui e prova là...una truffa a man salva. E si perché erano di quei giocattoli, alla lettera, per passare il temp!


Ps. Lo scatolotto (immagine allegata) montava retrostante il serbatoio contenente le Kodak "friggi e mangi" (ci pensò la Polaroid a citare in giudizio, vincendo, Kodak per furto brevetti; e chi di spada ferisce è uso dire la Polaroid ante fallimento a sua volta rivolgersi a Fujifilm per la produzione re-branded del materiale immediato in forma di scatto cartolina) e bisognava girare manovella per estrarre lo scatto; a sinistra una feritoia dove introdurre la dia in sorta di pre-view, mentre a destra l’analoga per lo scatto via bottone rosso, e due sliders per correzione colore di una impossibile replica e azzeccare la giusta esposizione, an eccezione del Vivitar.
La diapositiva che correda il post ovviamente fu ri-tagliata per adattarla alla cornice 5x5 tipica delle diapositive intelaiate

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Agfa Scala the best(ia)

Anni Novanta passati a miglior gloria, esce una pellicola che è già tutto un programma: Scala dell’Agfa, che una volta terminava in Gevaert nome Belga di produzioni sensibile. Scala di nome e di fatto, se vi pare anche musicale tant’era l’estensione tonale. Una pellicola bianconero, sì, ma invertibile: un must incredibile. E volete voi? Scriviamo ad Agfa in quel di Milano, ad Erminio Anunzi factotum della Multinazionale germanica, anch’egli fotografo (si trova ancora a sua firma articoli su Progresso Fotografico). Breve presentiamo la richiesta di provare la new entry collegata ad un progetto fotografico: oh da non credere viene sponsorizzato e via con le riprese. Gli scatti sono ancora conservati e, nel riproduzione o meglio conversione digitale bisogna prestare molta attenzione a quella sua intrinseca tenue nuance sepia che la rende unica.
Una buona quantità di rullini 135, quindi, arrivati dall’Agfa e caricati in macchina (Contax Rts e 139) partono, alla lettera, per certe contrade che impresse in un famoso libro della Letteratura italiana del Novecento, sono rimasti intonsi, merito della scrittura come pennellate poetiche su tela se oggi, infami giorni da Coronavirus eterodiretto, ottant’anni dai fatti narrati lo rende tra gli Immortali Libri di tutti i tempi; luoghi e culture tutte per il terraqueo capiscono tanto va diritto al cuore, sede secondo gli antichi filosofi (lasciate perdere gli Aristotele e sua mala genia a-varia-ta) greci sede dell’Anima, noblesse oblige.
Scala dalla linea di sviluppo particolare va da sé, e vicino noi si fa per dire che sono pur sempre quattrocento kilometri dalla Capitale, tramite corriere mandavamo (ritorno na decina di giorni spesato da Agfa) a sviluppare. Inscatolate al punto giusto i telaietti, grigio bianco, restituiscono a tutt’oggi trent’anni dopo la stessa emozione d’allora: generalmente con le dia non è mai così scontato, quasi una avversa reazione iniziale di pur ottime (tenute in frigo come le Scritture prevedevano, scritture tecniche si capisce) Epr-64 Kodak e ancor più il Terribile Kodachrome pellicole usate in tandem per il progetto che, poi, non si è concretizzato: coincidenze mancate ob torto collo del Manunzio.
Eppure già scattavamo in diapositiva bianconero e della Ilford Fp4. Un momento: Ilford ha mai prodotto diapositive del genere Scala; eravamo noi provetti chimici su le le orme di Namias alias Progresso Fotografico ad invertire il negativo bianconero. Difficile a scrive e dirsi, divertente a farsi con tutta la tragedia del caso: inversione di film negativo presuppone un substrato pellicola resistente agli “acidi” o sostanze chimiche aggressive a tal punto da distaccare l’emulsione dal supporto, e di quei esperimenti non è conservata traccia alcuna se non qui che si ricorda.
Scala che da qualche parte leggo essere in (ri)produzione sotto altra sigla, e che su formato 120 o Rollei che dir si voglia, senza offesa di Hasselblab-Mamya-Pentaconsix-Kovasix-Minolta…, sarebbe in tutto e per tutto una mini fotografia da portare in giro, casomai imbustata acetato trasparente come quei santini familiari che, almeno una volta, si portava nel portafoglio ed oggi su gli schermettini di Mele & Satanas verdi, non a caso chiamati: Android!


Re-born Scala

New Scala
(scheda tecnica)

Sviluppo diapositive bianco e nero 1
Sviluppo diapositive bianco e nero 2

Last but not least


Ps. Quasi dimenticavo, ne conservo questa sì una scatola tredicidiciotto piena, che con le Lith Kodak d’antan, già usate in tipografia arti grafiche e serigrafia, si ottenevano buone diapositive esposte in camera oscura come normale cartoncino fotografico, manipolabile di conseguenze. Belle dia senza dubbio ma prive di quello charme che solo Scala riusciva



Rusky Panzer

Riscoperte a telecomando dopo la Maier (fotografa prima misconosciuta) un salto nella Santa Russia sconfinata. E di un'altra “donna” pure questa cui bisognerà tessere le lodi, perché anche lei è stata “repressa” s'immagina dal solito maschio che (così la vulgata femminista alla Bonino e sodale, chemioterpizzata da cancro e che immaginava somministrare all'infame popolo, e chi la fa l'aspetti, insomma + Europa via Soros luciferino squamato ex nazista) che si sollazza nel cesso. Fantasie della Dea Madre, che comparirà a tempo debito in sembiante della Bestia: il Tempo che è maschio Galantuomo è. Sempre e basta stare svegli.
Dunque una donna dell'Est (dove sorge il “sole”) che per anni ha fotografato, s'immagina per proprio sollazzo come avveniva per la Maier. E a dirla tutta molto più sofisticata la prima (Maier) con sua Rollei o, comunque, di scatti ben composti che dalla seconda al cambio corrente, la russa Masha Ivashintsova. Ruspante e “grezza” . Insomma uno specchio che fa il verso della sempiterna spartizione: America way of life e Russia “arretrata” e agricola alla Tolstoj maniera, anche se sovietizzata da Vladimiro Ulianov Illic detto Lenin, che svernava alla grande dalle parti della Svizzera, poi un bel giorno tornato utile al Kapitale (k as killer) per la cosiddetta Rivoluzione del 1917 contro i Romanov, a telecomando tra un Cimitero di Praga o dintorni e...
Distrazione di massa e sogni di celluloide, fotografica ben s 'intende. Benedette (da chi?) donne fotografe. Consigli per gli acquisti, ora di Natale poi diman' che non v'è certezza si vedrà. E subito dopo il ritorno alla “regia” per...il prossimo stacco!
A Russian Photography Star Is Born -- 20 Years After Her Death
Fotografie interiori. Un'ipotesi su Vivian Maier
La vera Vivian Maier e la costruzione del mito


Man fotografo dal 1969

Ps. Se ammesso e non concesso la Maier è prodotto Cia & Mossad, nulla vieta di pensare che la Ivashintsova a rigor di logica e contrappasso del Kgb, gli espion russi cui fila proviene anche Mr. Putin, e che Iddio ce lo conservi



Matrimonialisti

Ve ne state a guardare il vostro video su Youtube quando: zacchete la réclame che spegnete subito. Però stavolta…è Sony che presenta sue digicamere per mezzo dell’occhio del fotografo, in caso di specie italiano! L’ambientazione dovrebbe essere sul Lago di Como, Maggiore Minore…ma che ce frega. L’atmosfera è quella giusta di una giornata di nuvole poi “colorate” di grading à la page. Il video.
Fotografo avec le fisique du role in barba e capello corrente che fa Ottocento style: mah! Vestito di scuro come s’addice al momento del matrimonio, dove tutto ma proprio tutto gira intorno alla sposa: il mondo ancor più oggi è donna…c’avanza più d’un dubbio ma non sottilizziamo almeno qui.
Perché se ne scrive direte là fuori (ancora vivi)? Certo non per Sony che ci sta sui c… questo no. Quanto per quei giochi di rimandi che lo spot mena per l’aere di nebbie. Quando negli Anni Settanta venivamo lasciati (dal boss Agenzia Foto Lampo unico che aveva l’auto) in sperdute masserie di paesi nel circondario. A casa della sposa (!) e senza sale ristorante, casomai un bar locale un po’ più grande e manco questo come accadde per il matrimonio dello zio: in campagna non ancora à la page anche qui, di quelle odierne ville mezzadrili o signorili "ristrutturate" che una volta era scandalo e arretratezza (di chi?) ed oggi…vedi le grotte dei Sassi materani. Oggi very nice. Ah besenisse di un besenisse.
Scaricati, di ritorno, sul luogo e di cert’ora mattutina seguivamo (fotografando) l’intera giornata di matrimonio poco meno di ventiquattro ore con Rolleiflex e Metz in livrea da questurino grigioverde. Agfapan 100 bianconero (!) e pochi scatti a colore in rigoroso tredici per diciotto e diciotto ventiquattro Ilfobrom quello. Parsimonia di costi e inquadrature, giusto l’indispensabile senza far assumere alla sposa e consorte pose dal “rotocalco” d’epoca o corrente odierno Grande Fratello, Sorella e reality ammiccando.
Sony, infine, e suo mentore in barba e capello acconciato in tono con sue digitalcamera, e pippe, purtroppo, quando accenna ai 42 megapixel dei file, daje, o doppio slot per le card (Sony nasce telecamera…). Uniche cazzate a man salva. Il resto sono immagini molto belle d’atmosfera e di un gusto reportistico che condividiamo appieno e senza luce flash: tombola!

Wedding photographer Cristiano Ostinelli
Ostinelli site


Manunzio fotografo sin dal 1969

Ps. Dettagli del “matrimonio”? Evidente chi ne reclamizza beve e/o cirrotico cronico. Morbidezza la misura del matrimonio, tant’è vero che al posto del Planar seisei di Rollei preferivamo il “morbido” si fa per dire di Yashica Mat 124 G (!) casomai non accoppiata a Kodak film ma a 3M (ex Ferrania al corrente ri-esumata). Lasciate perdere erano i “sacri” testi di Tutti Fotografi a darne conto del mix el curatore la sezione colore Renato Macrì…e sperimentato in corpore vili!




Il blasone

A sto punto si può vendere anche la famigerata “merda d’autore” in barattolo. E di come qualcuno sardonico ricordava a web la sparizione-riapparizione e di nuovo de Lcd su le cosiddette serie M(ors o money tua vita mea) telemetro, pari a sfere blasé Cartier/Rolex per neo parvenu cinesi con occhietti a mandorla di furetti...insomma tutto tranne che oggetti per fare di certo fottografia. Sì senza refuso e nell'attesa della prossima scatola, tipo scartiloffio napoletano o del mattone dentro per chi capisce, marchiato Leica. Tuttavia sempre in napoletano vige il sempiterno:" Ca nissciun' è fess'". Sante parole e meditate gente se vi riesce a tener testa per non spartir orecchi!

Leica Uber Alles
Staatliches Bauhaus

Man fotografo sin dal 1969



Ps. La raccontò quella volta, inizi Anni Settanta, il boss dell’Agenzia Foto Lampo su la Pretoria (cardo romano) di queste latitudini, quando andò a compre pellicole Kodak da Velotto Romano a Napoli. Per chissà quale ragione imboccato un vicolo s’avvide che due “soggetti” contromano venivano alla sua volta con pari “pacco” …ci volle poco a capire fare frettolosa retromarcia e sbucare sulla Main street…e mettersi in salvo





Un tuffo dove l'acqua è più blu


Quando in camera oscura della tante volte citata Agenzia Lampo stampavo il mezzo formato (metà 24x36) Olympus chi mai avrebbe pensato all’odierno? Sembrava che la pellicola fosse eterna…
Olympus che se mi levate le “vecchie” digitali 4/3 così pure le compatte Camedia mi togliete l’aria (roba da matti, eh!) da riuscirei non dico a vivere ma insomma…è troppo difficile a dirsi il confine tra apparato visivo “naturale” e “macchina” fotografica; cosa questa che ci permette di sorridere dinanzi l’accoppiata Jovine-Gastel ma pure Toscani nazionalpopolare, a telecomando per chi intende

A Great Moment
Un tuffo (eppur mi son scordato di te)

Man fotografo sin dal 1969







Analogica Era vs. Digitale: ancora?

Non c'è storia che tenga e lo sappiamo. Digitale che consente, quante volte già scritto, di collegare (adesso solo come metafora) in tempo reale (!?) mente-occhio-braccio operativo. Impareggiabile. Tuttavia il “fascino” dell'analogico, visto la moda retro imperante e che s'adda fa p' l'industria del consumismo, è particolare e “anti storico”.
Dunque tolto di mezzo inutile contrapposizione, è altrettanto indubbio che la manualità artigianale dell'analogico fotografico, inteso naturalmente bianconero, ha una sua precipua malia e fermiamoci qui. E tra il revival non poteva mancare il formato che adesso va per la maggiore: seipersei o formato 120 codice Kodak per Hasselblad et simila.
E chiariamo subito che lo scatolotto Hassel, concetto mutuato dalla Rollei altrettanto scatola ma “verticale” non ci ha mai preso più di tanto. E come altre volte scritto abbiamo usato il Panzer Rollei SL66: doppio peso della Hassel ma pari dettaglio marchiato ottiche Zeiss, il top. Ciò detto mentre la Hassel aveva ottiche con otturatore centrale, Rollei l'esatto contrario tranne qualche ibridazione molto malriuscita con otturatore incorporato, forse per i matrimonialisti che però usavano, a ragione, la Hassel ad otturatore centrale irrinunciabile per “alleggerire” le ombre in esterno con il flash.
Otturatore su piano focale in classica “stoffa” la Rollei, sempre di SL66 by Germany, che se guardo lo scatolotto elettronico odierno che ha il fratello con il pallino della fotografia (usa Canon digital) d'antan....siamo su altro pianeta.
Sia come sia l'essenziale è divertirsi, ancora, a prendere foto e con esse riuscire a trasmettere un qualcosa condivisibile anche per altri, esclusi teleguidati e/o minchiapoixellisti onanisti a tutto spiano per la gioia di CaNikon ma pure SonyFujifilm...per chi intende!

Analogico...trapassato

Man fotografo sin dal 1969


Ps. Se ne occupa già l'articolista nel mettere i paletti all'operazione "nostalgia" e già con il costo fuori umana comprensione: con pari spesa e non solo dorso digitale acquistate le miglior full frame accessoriste di ogni cosa utile, o nel caso di pruriti estetizzanti, ecco, una "mezzoformato" digitale Fuji o Pentax




Fregola? No grazie


Portavano le macchine fotografiche, ricordo in particolare una Bencini Comet, nella sua custodia in pelle dura avvolta anche in carta di giornale! Rullino bianconero 127 “piccoletto” ricavato dal più grande 120, alias Rolleiflex Hasselblad Zenza Bronica…ma con più pose al posto delle quadrotte e canoniche dodici: come gli Apostoli! E quando provvedevo (ero responsabile del trattamento di sviluppo della Foto Agenzia Lampo che altre volte abbiam detto) ad esaminarle il più delle volte erano riprese di fotogrammi estivi (famiglia) ma natalizie (con i parenti) e altro: senza fretta ché c’era un'altra concezione (modus vivendi) del Tempo. Per cui quando ritiravano le settedieci, cartoncino Ilfobrom (più pratico e a buon mercato nelle scatole da mille fogli) smaltato a specchio grazie a lastre cromate su rotative (smaltatrice) era da parte del cliente una festa e lo si leggeva negli occhi. E non di raro che gli stessi scatti, se avevano a che fare con gruppi, si stampava più e più volte. Fotografie che poi finivano nell’album familiare a “memento”: oggi è una bestemmia ché bisogna consumare tutto subito ed in fretta. E così capisci la bocca aperta dell’amico, che in gita fuori porta su le nostre montagne ad un fontanile, si è visto immergere con gesto sbadato il suo smartphone e “stoccate” foto su scheda. Vabbé che siamo fatti della stessa natura dei sogni (W. Shakespeare) però perdere la memoria…fa sganasciare i satanisti del Nuovo (dis)Ordine Mondiale, i quali però conservano le loro fotografie in album come nei quasi due secoli da quanto c’è la fotografia: ca, dicono, nisciun’ è fesso (o fisso?). Una volta tanto sante parole dei soliti satanici governatori (in rotta ed era ora) del Mondo

Bencini_1
Bencini_2
Bencini_3


Man
Fotografo sin dal 1969




Algoritmo non c’è dubbio, forse. Cercate qualcosa e zacchete vi capita ciò che in fondo in fondo…Arcani va mettiamola così. Coincidenze? Vabbene pure questa.
Fotografia e fotografi, storie. Ecco mo’ ci siamo. Allora la cosa si fa intrigante ché si parla di Rollei, flash e insomma cose che pure abbiam visto (e praticato) in prima persona. Un ritmo lento del narrare e di un posto ai margini dell’Italia: gli ingredienti giusti per palati fini


Ugo Borsatti - Una storia per Immagini 1
Ugo Borsatti - Una storia per Immagini 2

“Non mi piacciono i signori pixel (minchiapixellisti pure? ndr) perché io sono sempre stato amante della grana che mi piace molto…” Minuto 10.50 parte seconda



Man

Sotto l’ombrellone: Figaro & Minolta


Vabbene è un'altra storia degli anni Settanta trascorsi, d'un figaro limitrofo, meglio ancora coiffeur pour dames. E si sa nei piccoli borghi bisogna inventarsi di che vivere quotidiano. Senonché il nostro è abbastanza intraprendente e viene a trovarci allo Studio FotoLampo (Agenzia fotogiornalistica Lampo) che oltre le classiche foto di cerimonia, è anche vera e propria agenzia like Carrese Pubblifoto. Infatti il giornalista (Saro Zappacosta e altri) sagace nello sbertucciare il potere volatile locale: volatile nel senso autentico, poiché notorio feudo di Colombo (alias Balena bianca e/o Democrazia Cristiana). E quindi l'Agenzia Lampo con bacheca sulla main street, o detta Pretoria su modello accampamento romano, pure ammanigliata con la Rai, e suo operatore Mimì Abbatista sodale del boss Rocco Abriola della Lampo...Un bel focus di provincia italiana.
Ma che c'entra il figaro? Eh quanta fretta! Intanto il figaro era certo Lorito cui a quasi cinquant'anni è difficile associane nome: poco importa. E dunque veniva dal paese per commissioni nella “città capoluogo” e per apprendere di fotografia, pensa te. Il che consisteva nell'imparare a caricare la Rolleiflex, con cui il nostro eseguiva, anche, i famosi o famigerati fototessere per documenti...e cerimonie: battesimi cresime e matrimoni, pure questo.
Siché il boss della Lampo gli impartiva che la biottica ha un solo tempo (?!) di sincrono 1/125 e “solo” due diaframmi: ossia f8 fino a due metri o giù di lì, mentre f5.6 per il resto. Tutto qua la ripresa fotografica! Quanto allo sviluppo e stampa si stende un velo pietosissimo.
Poi certo ad una tedesca (Rollei biottica) potevi far mancare un Agfapan 100 teutonica? No di certo. E con un po' di menta, che uno dice: sarebbe? Ahh paisà...quando si estraeva dalla biottica il fatidico 120, nome in codice, con mano destra, così come si farebbe d'una cartina e tabacco per farne, ancora oggi, sigaretta à la page (!) bisognava chiudere il rollfilm, sigillarne tutt'intorno il rocchetto finale. Niente di trascendente, infine, ma leccare, inumidire con lingua la fascetta intorno alla carta protettiva del rollfilm. Più pratica veloce a farsi che a scriverlo! Figaro Lorito, va. Senonché il coiffeur del paesello, non certo un'aquila, si fece “abbindolare” dal sardonico boss, e invece della Rollei gli “consigliò” una Autocord Minolta. Verbo, abbindolare, un po' forte esagerato ed irriverente poiché qui si parla pur sempre di quella Casa della mitica Srt101: Minolta appunto, e sue più che degne lenti Rokkor! Vabbè preistoria e però…
E particolarità saliente della Autocord del Lorito figaro il fatto che, mentre Rollei ha manopola laterale per i fuochi, al pari della mitica Yashica 124 G, la Minolta sottostante la seconda ottica (cui deriva il termine, appunto, di biottica) leva per i focheggiare. Non sapremmo dire se “very fine” o user friendly ché mai provata sul campo, spiace

Man


Il nome biottica
Publifoto
Autocord Minolta

Yashica vs Zeiss




Una di quelle sfide che pare perse già in partenza, eppure non è così. Infatti è questione di “cosa” si misura: patate cipolle ravanelli…o lenti. Vabbene Zeiss è sin troppo noto per chiunque, fanno la réclame delle lenti per occhiali su le televisioni…Certo le nuove leve, già, che se gli levi lo smartphone, si buona notte!
RTS Contax e serie FR Yashica I e II tanto per cominciare. Anni Ottanta del secolo “breve”. O dell’Asse Sino-Germanico meno drammatico, ecco, di quell’altra ante Hiroshima e Nagasaki per intendere.
Insomma di Contax conosciamo vite&opere, figurarsi delle ottiche Zeiss. Planar Tessar...e via così.
Viceversa la Yashica, si parla di Era analogica, aveva una joint venture con i tedeschi, quindi poteva montare anche le blasonate ottiche Zeiss. O per dirla non infrequente (chi scrive) che su le Fr dal nome frusciante, trovava posto ad esempio il Planar 50 mm, e su la Rts l’ottimo 24 mm Yashica, ma…Cosa accade a “vecchi” fotografi che dell’indiscussa supremazia Zeiss ne fanno vanto poiché (usavano) su la Rolleiflex biottica lente Zeiss?
Siché preso il cavalletto Linhof che va benne per palestrate performance…sopra la Rts caricata con Agfapan 25 da tirarci i 50x60 centimetri al bacio, che il gioco è semplice. E alternando l’uno e sette Planar vs lo Yashica equivalente cinquanta millimetri, soltanto a quell’ingrandimento si vide la differenza fra lente germanica (costruita in Giappone, eh!) e il Sino vetro. Abissale? No assolutamente niente di tutto questo, la prova dell’ingrandimento, fatto sul mostruoso 139 Durst a luce “fredda” cosiddetta ché la lampada utilizzava terre rare e di colore blu intenso di una morbidezza unica. In definitiva fu come trovare l’ago nel pagliaio e ben oltre il pelo nel solito uovo. Tant’è vero che sul formato trenta per quaranta, limite massimo del formato 135 o Leica che dir si voglia, era ed è molto difficile vederne differenze tra lenti, anche perché la grana, poi, della pellicola come nel cinquanta per sessanta gioca non poco ruolo, ma è altra storia maledettamente complicata, tipica dell’Era anaologica!

Man


Contax RTS vs Yashica FX-3

YASHICA FR + YASHICA ML 50 1.4

24/2.8 ML - Un ottimo obiettivo che ancora oggi merita di essere acquistato. La resa globale è allineata a quella dei migliori obiettivi della concorrenza con in più un contrasto ed una resa cromatica davvero notevoli

SL 66 Rollei impareggiabile Panzer




E’ stato il tool seipersei più usato dopo la Yashica Mat 124G (impiegata per battesimi comunioni e matrimoni) la SL 66. Camera impareggiabile e discreta brandengiabilità, anche se in questo la piccoletta Hasselbad calza meglio. Strutturalmente la SL è d’una meccanica che non si ferma davanti a niente, come nei giorni del terremoto Ottanta sul cratere sismico e vento e nevischio a riprendere centri storici e chiese e castelli diroccati.
Eppure tra la tedesca Rollei e svedese Hasselbad ci sono tanti piccoli dettagli a fare differenza, come il soffietto incorporato su la prima, cosa questa che permette di entrare nei dettagli della macro anche con il solo 80 mm di base (standard del quadrato o 120 in codice).
Ma il must è nel basculaggio dell’obiettivo, che collegato al soffietto, permette di estendere enormemente la profondità di campo secondo il principio di Scheimpflug. Basculaggio che agisce entro il limite verticale di 8° verso l’alto e verso il basso (con fantasia e soprattutto pentaprsima al posto del classico pozzetto è possibile, ruotando la camera, anche su asse orizzontale). A chi sembri un limite quello di 8° consiglio basti, per esempio la vista del grandangolare Distagon 40mm innestato per notare l’impressionante aumento della profondità di campo che si ottiene. La variazione dell’angolo di inclinazione dell’obiettivo, verso l’alto o verso il basso (e anche in orizzontale con piccola acrobazia) è altresì controllabile su una scala graduata “azzeccata” su una targhetta solidale con il soffietto estensibile, e che evidenzia in un sol colpo le scale per il tiraggio del soffietto fattori di ingrandimento e l’inclinazione dell’obiettivo. Ein kleiner Panzer: clap clap clap!

Man

Rolleiflex SL 66

Territori fotografici



Maggio periodo di cerimonie religiose, battesimi prime comunioni ed anche matrimoni, che segna l’inizio della cosiddetta bella stagione. Siché senza gli smartphone rituali, si parla della fine anni Sessanta e inizi successivo, quei momenti venivano immortalati, ecco, dai fotografi da studio.
Dunque gli studi fotografici che avevano, diciamo, loro sensali procacciatori sparsi per il territorio. Ecco ci siamo. Si perché oltre lo studio cittadino, in un'altro post se ne raccontato ammontare ad una decina nel Capoluogo, i fotografi avevano spartito la Provincia lucana in territori fotografici: ognuno “marcava” il suo e per gli intrusi eventuali ne avrebbe pagato conseguenze non da poco.
Maggio partiamo di primo mattino e siamo in quattro. Un serpente di strade e poi come una rocca turrita e lontana, Acerenza baluardo della piana pugliese sottostante. I contrafforti e opere murarie a contenere la stabilità del piccolo comune la fanno, appunto, somigliare a città fortificata di quelle per intenderci che si vedono nelle scene di film prima dell’assalto degli invasori.
La giornata è limpida ed al collo porto - finalmente dopo mesi a lavare vetrine e copie dieci quindici passate alla smaltatrice, roba da “apprendista” – la Rollei e nelle tasche una manciata di rollfilm Agfapan 100, emulsione che è un cavallo, meglio mulo, e se la cava sempre (nel fotostudio sono addetto al trattamento delle pellicole e come iniziante non è cosa da poco).
Dopo il caffè attendiamo la processione, una volta era così, che dalla Matrice si dipani per l’intero paese: il boss del fotostudio indica dove sistemarci per fotografare il tutto. Mi sento come di quei film di guerra a “rastrellare” la zona. Finisco i rollfilm ché dalla mia postazione e il sole e il tutto mi consente delle buone inquadrature ai ragazzi e ragazze della Prima comunione. Adesso non ne posso più dopo ore e me ne vado per il paese, gli altri continuano gli scatti con il flash in pieno giorno (si dice fill-in, no?) Metz dalla livrea grigioverde e con tanto di “palle” che si è detto un’altra volta a verifica carica batteria.
Sotto un’aria che si è fatta calda gironzolo per vicoli del paese, quando ad un tratto una vecchia intabarrata nel costume paesano, mi chiede una foto: non una qualunque ma p’ document’ mi dice. Attimo di panico e come la risolvo senza padelle della diffusa, lo spot e la seinove da studio? Meno male che c’è un muro calcinato di fresco: accomodo la “nonna” davanti al muro, la sedia ce l’ha già essendoci seduta sopra tutto il tempo del prima dopo posa, e tanto da farla sembrare figura mitologica metà impagliata/seduta e metà sembiante umano. Il flash fa la sua rischiarando il volto e saturando (sovraesposto) il muro già bianco di per sé (in camera oscura provvederò ad equilibrare meglio la scena, sebbene poi si capisce che lo sfondo non è il “limbo” dello studio…). La posa c’è e tutto “regolare” come gli scatti fatti alla processione: non uno sgarrato. E il boss che dice? Muto come un pesce palla, data la circonferenza del suo giro vita…E’ invece Luciano (alter ego del boss) a sfottere dicendomi che si aspettava di peggio…mentre i clienti dal paese vengono con il postale (la corriera) e rare automobili, allo studio a ritirare i trediciperdiotto bianconero dei propri figli nel giorno della Prima comunione.
E dei matrimoni? Paisà alla prossima e di quando i pranzi nuziali si allestivano in…casa come quello dello zio scapestrato che…e della zia di Neve Iorche venuta apposta e di un omaccione con Leica al collo che scattava per Life…

Man

Bianconero di una vita




Abstract
I remember here a first treatement, the develope a black & white film assay since 60’s. Black & white on camera like André Kertesz quote: “The camera is my tool. Through it I give a reason to everything around me”


Mail ne arrivano a centinaia e giornaliere, da ultimo la newsletter di prodotti chimici bianconero: pellicole e quant’altro. Eppure siamo in epoca digitale, ma besenisse è besenisse e la (ri)scoperta del procedimento analogico, figlio dell’Otto-Novecento, a noi fa sorridere. E sì perché da quell’Epoca, meglio dire Era, veniamo.
Ecco il punto è proprio questo che i cosiddetti “giovani moderni” non possono arrivarci, tant’è che per loro il bianconero è un giochino di un filtro desaturazione applicato alle immagini a smartphone, tuttalpiù in Pshop: ‘na mazza.
Già perché tolto il giochino, che di questo si tratta, ai ragazzini mai adulti gli vai a spiegare che il bianconero è Vita? Proprio così ché tutto ma proprio tutto aveva i colori (niente ossimoro please!) del bianconero: Costume. Si lo so ci sono quei coglioncelli che ascoltano Webcast radiofoniche se la prenderanno, ma gli imbecilli, questa la cifra, non possono arrivare a capirlo: bianconero è una Categoria dell’anima. Punto.

Natale di tanti anni fa, luminarie a festa e l’Upim (Unico Prezzo Milano o Grandi magazzini, pare invenzione di tale Gabriele D’Annunzio) illuminato a giorno. E come nei film americani, dai televisori in bianconero, signorine già tutte forma, battono. I tasti alle casse vanno avanti ed indietro, il prezzo per i clienti. Insomma sembra il regno delle Fate. E su due piani, ché al piano sottostante, seguito gradinata alla Wanda Osiris, ancora più mercanzia colorata, luci addobbi e una strana confezione grande e grossa: vaschette prodotti chimici e un torchietto, serve e capiremo dopo, a fare le stampe a contatto. La curiosità era tanta e la fantasia già galoppava, ma il prezzo era di seimilacinquecentolire anni Sessanta, e anche se a casa i soldi non mancavano la mamma (santa donna che quando incocciava non c’era santi!) fu irremovibile. E per la Befana (allora non era d’uso far regali come gli yankee a Natale) ossia il giorno dell’Epifania, quando secondo tradizione i Re Magi portarono i regali al Salvatore (oro-incenso-mirra) in memoria di questo, ricevetti solite pistole alla Far West.
Ero alle Medie molti anni dopo che la mamma acquistò dal catalogo Bagnini in Roma il primo ingranditore: Durst J 35. Reliquia che si conserva cellophanata in soffitta.
Ecco da dove viene il personale amore (che parolona, ma è così!) per il bianconero, prima come Forma giocosa per divenire poi Forma mentis: attraverso di essa (fotografia tout court) do senso al “circondario” parafrasando Kertesz.

A dire il vero, in due battute, il primo sviluppo di rollfilm frutto di una Diana plasticosa, che da rudere, passato sotto l’infanzia del figlio Sky, è ancora lì sullo scaffale fianco a fianco alla Rollei con cui divide il formato 120: codice che identifica i rollfilm per i canonici 12 scatti in 6x6.
E galeotto fu l’ennesimo fumetto, che disegnava una camera oscura e l’immancabile “luci rosse” per il trattamento: tutto cambia ma mai e poi mai vedrete a schermo yotubesco ad esempio, ecco, la realtà che le “luci rosse” erano e sono per tutt’altra cosa, forse più divertente! Infatti nei lab bianconero si usa da sempre (post ortocromatica) la giallo-verde lampadina, che oltretutto permette di muoversi come fosse una stanza più in penombra che di zolfo rosso. Sì, sì anche questa trattazione della materia “oscura” …sempre Massoneria è. Vabbé.
Sta di fatto che, comprata la lampadina rossa da fornitore locale (ne parliamo la prossima) e sostituita con quella del bagno (un altro classico luogo di iniziazione…esoterica!) scartocciato il film: aaarrgh divenne all’istante una striscia di nero! E della cosa ne incolpai la mamma mentre entrava nell’altra stanza, e dalla porta a vetri del bagno…Corremmo ai ripari comprando la prima tank, al posto del primordiale sviluppo, avvenuto sempre nel locale bagno, nella zuppiera da frutta (!) centro tavola, versandovi il bagno (sviluppo)…Aaaaarghh!
E non c’era Internet che te lo insegnasse a video, come si sviluppa un rollino. E qui, uso dire, casca l’asino di nome e di fatto…i giovani detti moderni di ogni ordine e grado che scimmiottano a smartphone o Pshop il giochino del bianconero: un calembour un peto? Più di tanto non possono arrivarci, modificati nel Dna dall’inglese del Nuovo Ordine Mondiale: annesso e troppo connesso!

Man


Ps. Una sorta di Postal Market il catalogo Bagnini, dove si trovava di tutto: dalla camera oscura, vaschette ed ingranditori Durst, alle cineprese Otto e Super Otto millimetri, e stativi lampade e moviole…
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