Manunzio




The Deadly Spectacle of Brazil’s Gold Mines

"In recent years, Vale has sponsored a major photographic project by Salgado, called “Genesis,” as well as an environmental nonprofit he founded. After the Mariana dam collapse, Salgado vowed to aid in the clean-up, and his nonprofit, Instituto Terro, itself devoted to mitigating deforestation, planted trees in the area. But he also came to Vale's defense, arguing that, while it should pay for the damage it caused, “we need these companies in the society we live in.” Thus far, he has remained silent about last month’s catastrophe in Brumadinho"

Photographic link


© Gordon Parks


"Do you ever wonder why one person gets chosen over another, or how a story comes to be told in a certain way? Well here’s something that happened to me recently that gave me new insights about how choices are sometimes made and what it tells us about the people who make them.
In 1961 Gordon Parks went to Brazil for Life magazine to shoot a story about poverty in the favelas of Rio. Parks was famous, the first black photographer to shoot for Life magazine and a consummate storyteller with a camera. His assignment was to photograph a family, concentrating on the father, to illuminate the conditions the family lived in. Through the Life office in Rio, Parks was connected to a family, and he began working on the story.
But the more he shot, the more he found himself concentrating on a different family member, a young boy named Flavio, the eldest of eight children. Flavio, then twelve, was painfully thin and suffered from severe asthma, but something in him connected with Parks and Parks began to concentrate his pictures heavily on the boy. When the Life office heard about it, they tried to get the story back on track. But Parks worked hard to convince them that he was right to concentrate on Flavio, and ultimately they agreed. For twenty days, he focused his camera on the boy, and in the end, he brought home a rich trove of beautifully humanistic images that showed the poverty of the Favelas but also the humanity there."

Gordon Parks, Flavio and Me




Reportage? E perché mai…

Civiltà dello spettacolo "The show must go on" è la cinica lapide per l’odierno vivere, ancor più in mano a certi minchiapixellisti senza passato presente e futuro: Orwell docet. E c’è gente (disonesta a pagamento) che è convinta che la fotografia poi fotografi la “realtà”: su questo non spendiamo più neanche l’aria da respirare.
Messinscena, come quando Chavez in conferenza stampa della sua rielezione disse ad una impaurita Paola Newton, forse per caso giornalista, che il “teatro" degli eventi in Liba era stato ricostruito e girato altrove nel Doha e spacciati per “vero”. Senza troppe pippe per chi ne vuole qui c’è un link molto esausitvo circa il “vero” e nel reportage…che se pure il mitico Capa: già e perché ma scelse a nome d’arte, ecco, ed in italiano regionale (!) la “capa”?

The Problem Isn’t the Photo Contest, It’s Us

Man
Fotografo sin dal 1969

Ps. Va da sé che chi conosce grammatica&sintassi (e Storia) della Fotografia potrebbe e raccontare con le figure retoriche, come spesso facciamo noi, e senza neanche andare su posto: dice ma allora è un "falso"! E cosa se tutto è barzelletta per i teledipendenti a telecomando?



"Giornalismo grafico, un reportage in cui fotografia e fumetto si alternano, dialogano, si mescolano. Coconino Press-Fandango, in collaborazione con Medici senza frontiere - dopo il grande successo in Francia e negli Stati Uniti - edita in Italia Il fotografo (formato 23x30, 280 pagine a colori, 29 euro), la cronaca di un viaggio in Afghanistan in tempo di guerra attraverso le immagini del fotoreporter Didier Lefèvre e i disegni di Emmanuel Guibert, uno dei più importanti autori della nuova scena del fumetto francese.

Luglio 1986. Lefèvre parte al seguito di un'équipe di Medici senza frontiere diretta nell'Afghanistan dilaniato dalla guerra tra sovietici e mujaeddin. L'obiettivo è individuare un sito dove allestire un ospedale. Il fotografo non sa nulla del mondo in cui viene paracadutato e gradualmente cade sotto l'incantesimo dell'Afghanistan. Da quel viaggio Lefèvre - morto poi nel 2007 per un infarto - torna con più di 4 mila scatti in bianco e nero, ma solo poche immagini all'epoca vengono pubblicate dai giornali. Guibert, suo amico d'infanzia, ascolta il suo racconto, usa le foto come vignette e riempie i vuoti della narrazione tra uno scatto e l'altro con sequenze a fumetti, basate sui ricordi di Lefèvre e sulla registrazione dei suoi commenti a ogni immagine"

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