Manunzio




Archivi della memoria

Serie di seipersei Rollei d'anatan riesumate nel sistemare l'archivio analogico trasposto in digitale; quando immagini simili sul finire degli Anni Sessanta erano etichettate o incasellati su riviste di fotografia nella categoria “terza età al sud”. L'importanza del casellario veniva, secondo questi maître à penser, prima di ogni altra cosa e come cassetta di lepidotteri infilzati.
Tuttavia qui preme ricordare di come, anche con una poco agevole Rollei, era possibilissimo costruire “storie” con meno di niente, poi in camera oscura il quadrotto fotogramma sotto ingranditore Durst poteva essere “tagliato” e riquadrato secondo necessità o gusto espressivo personale con tutta la “nitidezza” degli Zeiss a corredo delle Rollei. La pellicola una collaudatissima Agfapan 100 trattata nel calderone (non era ancora in uso le tank su rocchetto nylon alla Paterson) Kodak, in lunghe vasche verticali termostatate e da 35 litri di sviluppo, che a cadenza di materiale negativo bianconero trattato, si provvedeva ad integrare con pari quantità di soluzione fresca

Ps. Il formato Leica noto come 135 aveva ed ha controparte, simil colonne di Tempio, nel codice 120 che significa Rollei anzitutto, Hasselblad Mamya etc verrà dopo, e diversamente da quello si utilizzava per cerimonie in particolar modo, e cronaca tout court. E presso Foto-Agenzia Lampo dove chi scrive ha fatto gavetta, in sorta di Agenzia Carrese strapaese, a cadenza regolare capitava un giornalista che firma il pezzo poi infisso con le foto su la bacheca anodizzata della Pretoria o Main street cittadina, e il giorno seguente, via fuori sacco postale su la tratta per Bari, le pagine interne della Gazzetta del Mezzogiorno (a volte il Roma, Mattino di Napoli o Tempo della Capitale) cui redazione cittadina era a pochi metri di distanza.

Rolleiflex


I confronti sono, comunque, sempre arbitrari. E così la Rollei traguardata da un iPhone4 di chi scrive a sua volta ripreso da iPhone7 da Alessandro Annunziata: due epoche a confronto, meglio dall'Analogico al Digitale come Sole e Luna

Abstract
myth of Rollei the camera made in Germany that immortalized life of million of people, camera of many reporters that have make the History of Photography


C’erano tante cose per abbandonare gli studi inizi anni Settanta del secolo trascorso. E anche perché un mio amico, lasciate anche egli penna carta e calamaio, mastriava (lavorare) da fotografo: allora il passo fu breve e saltai, ecco, dall’altra parte per diventare fotografo e con la Rollei in primis al collo.
Rollei ecco, ma non si deve immaginare che la cosa fu immediata, poterla mettere al collo, tutt’altro. Anzi ci è voluto un anno da sguattero: sì proprio così, a lavar pavimenti e vetrine dove i fotocolor a far specchietti per allodole. E ne venivano, non allodole, ma clienti. Si perché le macchinette fotografiche, molte le Bencini italiche, con pellicola nei loro scatolotti o borse (riposte in armadi o cassettiere semmai insieme al corredo…di famiglia) immortalano le classiche occasione (nascite comunione matrimonio vacanze) da mettere, in formato settedieci, negli album di famiglia a ricordo. Provatevi con gli smartphone che se…tutto va perso. Oh che bella invenzione virtuale di un Mondo altrettanto virtuale, come può esserlo Matrix. Ma non divaghiamo.
E mentre tolgo la polvere da scaffalature, non visto apro l’armadietto della flotta Rollei: una decina e su tutte spicca la F 2.8 del boss del Laboratorio Cine Foto Lampo (Agenzia Fotogiornalistica con Saro Zappacosta giornalista alla Vincenzo Carrese alias Publifoto per capirci, e mica solo Milano, via).
Girare la manovella d’avanzamento film e arma otturatore-scatto e traguardare attraverso il mirino…mentre Luciano il senior di noi fotografi in erba guarda sorridendo mentre dà i primi consigli tecnici; altro che il boss gelosissimo del mestiere (una volta lo si sarebbe pagato perché insegnasse il mestiere alle nuove leve). Molte altre cose troveranno spazio, forse, nelle prossime puntate…

Man


Rollei

L'avventura di Vincenzo Carrese e di Publifoto

Bencini


Ps. Usare la Rollei 6x6 è anzitutto questione di spina dorsale, si, e della particolare curva che assume nel fare corpo unico con la fotocamera: basta osservare (visto il revival amerikano) la persona che la porta al collo e rendersi conto all’istante se trattasi di professionista o squallido dilettante. Altra cosa la visione di “panza” proprio così, all’altezza della cinta o cintola fate vobis. Certo poi bisogna portare la Rollei all’occhio non prima di aver ribaltato, semplice pressione dell’indice, lo sportellino superiore lasciando solo una cornice per l’inquadratura finale (stessa cosa su Hasselblad) e fuoco a immagine invertita: destra-sinistra-destra. Per i reporter, che traguardavano solo ad altezza d’occhio, uno specchietto interno al pozzetto del vetro smerigliato per la messa a fuoco, in caso di necessità e agendo su la manopola laterale del fuoco…non proprio come Srl però l’obiettivo era centrato

Pss. L’impossibile lingua ‘taliana contemplava due diverse grafie: obiettivo ed obbiettivo. Il primo quale fine il secondo come “lente” poi si vede che quelli della Crusca il sedicesimo de l’Académie française che sovrintende l’altrettanta impossibile lingua francese, han pensato bene di “amalgamare” il tutto. Anche se né l’un né altro è più d’uso poiché sostituito dallo yankee “lens” all’amerikana (kappa kome killer). Insomma dalla padella alla brace (barbecue?) vabbè arrangiatevi e non se ne parli più!
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