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Pochi elementi per un grande fotografo qui Gordon Parks, cui pregio è di richiamare (personalmente) momenti analoghi sebbene in un’altra epoca o se vogliamo spazio-tempo, di pomeriggi all’aperto (la strada estensione della propria abitazione paterna) infuocati quando gli anziani a refrigerio solevano bagnare la polvere della strada non ancora urbanizzata di asfalto, di modo che l’ombra che li riparava consentisse di trattenersi in chiacchiere, e noi di continuare nei giochi, nel ricordo di un amico che gli avevano amputato una gamba come nella foto


Percezione d’onda

Luminosa ogni qualvolta una fotografia in bianconero si apre davanti gli occhi e ne sveli il giorno. Intuisco perfettamente un altro tempo. Mi spiego. L’aria che oggi è carica di ogni “ben di iddio” pollution direbbero gli angli, meglio inquinamento da nano particelle mortali a dirla tutta, lo si constata nelle giornate ventose: quando finalmente la caligine urbana, estate inverno è solo questione d’intensità, il particolato dissolvendosi lascia l’orizzonte limpido, che a tratti pure fastidiosa tant’è la luminosità, almeno per chi ha occhi chiari (retaggio di ormoni nordici alla conquista del Mezzogiorno tout court) un tormento.
Sicché nelle fotografie "passate” questo è evidente, ancora una volta, percepibile con il sole che modella forme e corpi. Certo è anche una questione, diciamo anagrafica, e d’una memoria fotografica ben diversa dall'odierno bestiario umanoide. Infatti esistesse una paleografica stratigrafica delle sensazioni, ecco, si potrebbe (ri)portare alla luce e senza indugi il Novecento che è stato

Gordon Parks

Man fotografo sin dal 1969
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