Sotto l’ombrellone: Figaro & Minolta


Vabbene è un'altra storia degli anni Settanta trascorsi, d'un figaro limitrofo, meglio ancora coiffeur pour dames. E si sa nei piccoli borghi bisogna inventarsi di che vivere quotidiano. Senonché il nostro è abbastanza intraprendente e viene a trovarci allo Studio FotoLampo (Agenzia fotogiornalistica Lampo) che oltre le classiche foto di cerimonia, è anche vera e propria agenzia like Carrese Pubblifoto. Infatti il giornalista (Saro Zappacosta e altri) sagace nello sbertucciare il potere volatile locale: volatile nel senso autentico, poiché notorio feudo di Colombo (alias Balena bianca e/o Democrazia Cristiana). E quindi l'Agenzia Lampo con bacheca sulla main street, o detta Pretoria su modello accampamento romano, pure ammanigliata con la Rai, e suo operatore Mimì Abbatista sodale del boss Rocco Abriola della Lampo...Un bel focus di provincia italiana.
Ma che c'entra il figaro? Eh quanta fretta! Intanto il figaro era certo Lorito cui a quasi cinquant'anni è difficile associane nome: poco importa. E dunque veniva dal paese per commissioni nella “città capoluogo” e per apprendere di fotografia, pensa te. Il che consisteva nell'imparare a caricare la Rolleiflex, con cui il nostro eseguiva, anche, i famosi o famigerati fototessere per documenti...e cerimonie: battesimi cresime e matrimoni, pure questo.
Siché il boss della Lampo gli impartiva che la biottica ha un solo tempo (?!) di sincrono 1/125 e “solo” due diaframmi: ossia f8 fino a due metri o giù di lì, mentre f5.6 per il resto. Tutto qua la ripresa fotografica! Quanto allo sviluppo e stampa si stende un velo pietosissimo.
Poi certo ad una tedesca (Rollei biottica) potevi far mancare un Agfapan 100 teutonica? No di certo. E con un po' di menta, che uno dice: sarebbe? Ahh paisà...quando si estraeva dalla biottica il fatidico 120, nome in codice, con mano destra, così come si farebbe d'una cartina e tabacco per farne, ancora oggi, sigaretta à la page (!) bisognava chiudere il rollfilm, sigillarne tutt'intorno il rocchetto finale. Niente di trascendente, infine, ma leccare, inumidire con lingua la fascetta intorno alla carta protettiva del rollfilm. Più pratica veloce a farsi che a scriverlo! Figaro Lorito, va. Senonché il coiffeur del paesello, non certo un'aquila, si fece “abbindolare” dal sardonico boss, e invece della Rollei gli “consigliò” una Autocord Minolta. Verbo, abbindolare, un po' forte esagerato ed irriverente poiché qui si parla pur sempre di quella Casa della mitica Srt101: Minolta appunto, e sue più che degne lenti Rokkor! Vabbè preistoria e però…
E particolarità saliente della Autocord del Lorito figaro il fatto che, mentre Rollei ha manopola laterale per i fuochi, al pari della mitica Yashica 124 G, la Minolta sottostante la seconda ottica (cui deriva il termine, appunto, di biottica) leva per i focheggiare. Non sapremmo dire se “very fine” o user friendly ché mai provata sul campo, spiace

Man


Il nome biottica
Publifoto
Autocord Minolta

Cartoni il cavalletto made in Rome Italy




Anni Ottanta secolo trascorso aiutavo un amico (oggi a Milano dove vive si è fatto discreto nome nell'ambiente, ma fotograficamente non è cosa sua, tant'è che bisognava aggiustargli inquadrature e bilanciare il bianconero negativo che gli stampavo su Galery Ilford) a riprendere con la sua Bolex 16 mm, a molla prima con motore elettrico in seguito. Cinepresa ancorata, caso di dire, su Cartoni: un mostro di cavalletto. Senonché pure muovendoci con la mia Citroen la cosa era di un tedio unico: alzare cofano prendere bauletto cinepresa poi cavalletto...E proprio per questo ne feci osservazione per un qualcosa di più maneggevole, considerato che la Bolex al confronto “metrico” sfigurava. Detto fatto la volta successiva, volete voi? Un grigio cavalletto con una testa che ci sta comodo un uomo seduto sopra: Linhof ! Cavalletto dove sistemavo la mia Technika formato 13x18. O dalla serie, dalla padella alla brace di Cartoni dimonio

Man

Cartoni the best tripod


Ps. Siamo pure sempre la Patria (anche) di Manfrotto genia di cavalletti più per il fotografico target (usavamo uno che alzato saliva ad altezza di solaio; al corrente un glorioso 190 prima serie da quasi un quarantennio più che altro un Totem, e un monopiede su cui sta l'iPhone4 preistorico, così dicono, ma dalle buone clip poco “definite”) senza dimenticare la sua linea video, altrettanto valida

La meglio gioventù




Sessantotto e dintorni. Il cine teatro ha il suo proscenio dove si esibiscono di volta in volta artisti d’ogni repertorio, come quella volta che arrivò a queste lande la PFM, o premiata Forneria Marconi e fu ‘na bella “infornata” e di brani cui si conservano fotogrammi accidentati di sviluppo. Ma ci sono.
Proscenio e non si capisce perché non utilizzare lo Stabile cittadino, un San Carlo teatro in miniatura e suo loggiato, rimesso in auge (politica per voti che cosa non si fa) solo trent’anni fa.
Cine teatro, quindi, dove era di “moda” assistere anche a improvvisate Jam session, e di un casino infernale: ma a vent’anni…
Restano i fotogrammi di mezzo secolo fa; Gianni Anastasi che sta alla batteria pare lì ancora oggi. Gianni che una volta in Inghilterra poi pare in Spagna e non si sa dove tira la sua esistenza: olè

Man

Ps. Come ogni guerra che si rispetti, compreso il Sessantotto che questo fu, dopo c’è il ritorno a casa o come direbbero i nordici “a baita”, qui no: una generazione dispersa compreso un amico finito in Ucraina, e forse da lì ritornò il padre in Italiana reduce di Russia, ogni dove della Terra. Sfasciata genia come la cifra corrente del Nuovo (dis)Ordine Mondiale vuole, e pare riuscirvi bene

Pss. La luce in scena è sufficiente all’utilizzo della Ilford HP4, in seguito prenderà il cinque, forse alla sensibilità nominale di 400 Asa/Iso o tirata ad 800: e chi lo ricorda più (vero che si conserva da qualche parte il quaderno di camera oscura, però…) così lo sviluppo tra Rodinal Agfa, e più Microphen della stessa Ilford. Buio ancora su la macchina utilizzata, siamo in era analogica, verosimilmente la Yashica Electro X a telemetro che ancora funziona cinquant’anni dopo l’evento, quanto una odierna digitale…che tuttavia è impareggiabile nella riproduzione al posto del “classico” scanner da passarci le notti: Olympus E1 e ottica macro, il resto è di quei miracoli che solo il digitale consente oltre a regolazioni via Lightroom/Pshop impensabili su l’analogico

Fotogrammi prima parte, Don Gerardo Bucci




Abstract
here I remember an Era analogic in lab B&W, as print portrait in dark room and much more, as develop Agafcolor or Ferrania color negative, made in Italy, and Kodak color. All process that I remember it was make into a lab far town of provence of South Italy in 60's


Il portale corre a filo cardo pretorio da cui via Pretoria. L’esile luce dall’androne archivoltato scintilla su l’acciottolato i tre gradini e l’anodizzata vetrina che precede lo store e fotolaboratorio colore, sciccheria metropolitana anni Sessanta. Di là dalla porta ‘ntallia z’ Nunzio Rofrano “ragazzo” di bottega. Tutt’intorno scaffalature tarlate e vetrinette impolverate dove pisolano macchine fotografiche scatole di pellicole lampadine flash, album e buste dieciquindici accatastate.
Sigaretta, più che altro arco di cenere tenuto a sfida della gravità, mani in fremito continuo sui dorsi di fotocamere di pancromatiche FP4 Ilford, o ribobinati formato Leica P30 Ferrania di tignosi clienti p’ sparagnà, occhiali fumé sul naso adunco incornicia Don Gerardo Pecoriello detto Bucci alias Zatopec, in onore dell’etiope olimpionico di Roma, tarantolato fotografo in cerca di scoop urbani.
Dietro la tenda vermiglio che separa l’ingresso e retrostante sala posa la lampada, lare domestico sembra così, retroillumina l’opalino inclinato a 45° e fila di negativi per il ritocco, mentre mani spennellano mattolina. Nella penombra della sala di posa la camera su colonna ottonata che troneggia a centro sala, ne ammiro i movimenti dello zio sotto il panno nero che imprime su châssis seinove volti in fototessera, a cap’ sott’.
Un misto di euforia e trepidazione m’accompagna tutte le volte che, tenendomi al corrimano della scala a chiocciola, scendo al piano sottostante del lab dove, come in dissolvenza le plafoniere di luce opalina su pareti nero fumo illuminano a giorno, e rifratte nel luccichio cromato d’enormi cilindri (smaltatrici) da cui precipitano cartoncini bianconero, cartoline colore. Oltrepassata la soglia ed immesso in altra sala, sprofondo al centro della terra o l’interno del Nautilus, nell'attimo in cui spente le fioche luci inattiniche, lo scartocciare e buio materico, tanto si può toccare, è tutt’uno con la voce dello zio fotografo che a tratti sembra giunga da destra, ora da sinistra dall’alto finanche remote profondità della camera oscura, sino all’attimo in cui, finalmente, la lanterna rischiara livido tutt’intorno banchi, vasconi e la lunga processione di vasche verticali sormontate da spie rosso arancio per trattamento delle emulsioni sensibili Kodacolor Agfacolor e 3M Minnesota già italica Ferrania della dinastia Agnelli.
Caleidoscopio iridescente nel salone attiguo, dove sono le printer, le creazioni dell’altro “ragazzo” e brizzolato di bottega, stampatore che più dagli slope smanetta “nuance” ventiventicinque, d’un blu elettrico su i volti dei malcapitati sposi in posa e pronti per l’album.


Glossario

‘ntallià, muoversi o procedere a passi lenti, fermarsi e riprendere la routine

dieci (x) quindici, formato cartolina

p’ sparagnà, per risparmiare

sei (x) nove, formato negativo bianconero che poi veniva stampato a contatto (scala 1:1) ricavandone fototessere per documenti, carte d’identità ecc.

a cap’ sott’, sottosopra ed a lati invertiti in ragione della Fisica ottica

smaltatrice, cilindro (ne esistevano anche piane ed a doppia piastra girevole) dotato di resistenza elettrica interna, cui calore dissipato da lastra perfettamente levigata a specchio conferiva ai cartoncini, dalla superfice appositamente trattata e trasportati similmente a catena di montaggio, patina specchiante

ferrania era il brand nazionalpopolare del materiale sensibile, sebbene altre marche come la Tensi o Cappelli ne producessero, del portfolio Agnelli/Fiat, e che venne ceduta alla americana 3M Minnesota (al corrente è stata riacquistata da impavidi imprenditori e, rimessi in funzione i vecchi stabilimenti Ferrania nei pressi di Savona, pare continui con discreto successo la produzione di pellicole fotografiche negative ed anche Super 8 per cineprese d’antan)

slope, manopole che regolano la scala colore RGB o sottrattivi CMY a secondo della marca/modello delle stampatrici automatiche, ed altre regolazioni

venti (x) venticinque il classico formato di matrimonio, anche se agli inizi degli Anni Settanta l’album matrimoniale non di rado era misto: bianconero (18 x 24) e solo per lo scambio delle fedi e firme di rito in color. Ancora, prassi in special modo per i gruppi con gli sposi ai tavoli dei primissimi ristoranti ad hoc, o più sovente, condizioni socio-economiche, presso le abitazioni materne per l’abbisogna, veniva consegnato un congruo numero di stampe (13 x18 bianconero) da consegnare agli invitati ritratti.
Eccezion fatta, non solo per tutta la cerimonia a colori, per la giornalista Rai Celeste Rago nella cornice di Maratea, e dal pranzo faraonico che ne seguì a quei tempi, seguito da quattro fotografi tra cui chi qui lo ricorda.

In Era analogica e prima dell’unificazione sotto lo standard C-41 per il trattamento “universale” delle pellicole negative colore, le diapositive invece l’E6, ogni brand citato poco sopra, necessitava di sua linea trattamento, di vasche parallelepipedi verticali, generalmente da 35 litri, dove venivano processate (to process) le emulsioni.
Negative colori anche bianconero, poi stampate su cartoline dieciquindici, che ogni famiglia poi custodiva nell'album domestico a scandire il tempo e momenti particolari: battesimo cresima diploma, laurea o matrimonio e vacanze ecc,

Ritocco fotografico su pellicola seinove più ancora che semplice “aggiustatura” nel lisciare la pelle, cosa che oggi con Photoshop o plugin ad hoc, fa sorridere era qualcosa che si tramandava in sorta di iniziazione alla fotografia di ritratto tout court, basata ancora largamente in bianconero (impensabile farlo su negativi colore!) si esprimeva in puro e artistico artigianato, sapienziale. Siché le seinove dopo sviluppo ricevevano la mattolina, sorta di collante cui aderivano appezzut’ o appuntite grafite, abilmente mosse da mani che sapevano il fatto loro. A volte quale complemento, sebbene in formato minimo diciottoventiquattro o più ancora in trentaperquarata, il negativo veniva stampato al Siluro, un ottagono in legno a forma di ogiva cui luce morbida, senza condensatore ottico, conferiva alla stampa un che di hollywoodiano, o per meglio dire flou (soft screen) alla Luxardo

Via Crucis e Pietas popolare




Non c'era ancora la televisione nelle case e la Settimana Santa è scandita per tutta la giornata da musica classica, intervallata da giornali radio.
La vaporiera sul primo binario sbuffa gli ultimi attimi mentre il Capostazione dà il segnale di via libera tra fischi e fumate del treno. Il segno di croce della nonna è tutt'uno con l'abbrivio. Tra gallerie cittadine, serpente di curve, il treno scende la Valle di Vitalba. L'aria non si decide sospesa tra nuvole sfilacciate e caligine del giorno. Rionero e finalmente Barile a capolinea. Le strade del borgo sono piene di gente, e tutto è bianconero. La tromba il rullo di tamburi il corteo avanza: Caifa i Sommi Sacerdoti, Pilato drappelli romani e il Nazareno a piedi nudi. Poco in là Madre Maria. Emaciata e vera, la nonna e le amiche presenti raccontano digiuni da tre giorni per la parte. Il cielo ora si fa cupo, silente, sul battito della gente pare fermarsi

Man


Ps. Nikon F4S e ottica f 2.8 35/70 in Program e completo autofocus (su centinaia di scatti due solo fotogrammi fuori fuoco) per non farsi distrarre da controlli pur necessari tecnici. Pellicola Ilford HP5 alla sensibilità nominale 400 Iso, trattamento in Microphem Ilford; conversione digitale via Olympus E1 e ottica macro, elaborazione via Photoshop/Tonality

I libri di Man




Abstract here to speak of books, and their reliable soul, when everything around seems to fall



Nella stanza “bunker” dove ci sono pure le Olympus, su la mensola la sfinita C 5060 Wz dell’archivio fotografico e di ciò che vedete su Getty Images; le analogiche Rolleiflex Yashica Electro ancora funzionate dopo più di cinquant’anni, poi cavalletti stativi dietro la porta, di fianco il divano la borsa con dentro le ottiche Olympus con la gloriosa E1, E3, E510. E più in là una borsa metallica (quella che serviva ai fotografi a bordo campo per starci seduti sopra e molti filmati d’epoca ne dànno conto) servita il giorno che il Presidente Sandro Pertini (un grande) nel post sisma ottanta venne ad inaugurare la tanto attesa Università di Basilicata (dove zitto zitto pure abbiamo tenuto lezioni di fotografia ma non ditelo a nessuno). E ora nella scatola metallica, passata per borsa, c’è di tutto e di più compreso una mini livella: quella da muratori che uso per riproduzioni. E piena di filtri Cokin con ancora attaccato il prezzo in lire, costavano all’epoca un botto e pure di plasticaccia ma con allure della griffe francese e made d’un fotografo, favore di un fotolaboratorio (un giorno venne a tener lezione tale Lanfranco Colombo da Milano, che rimase di stucco davanti le mie trentaperquaranta bianconero, lamentando solo che, noblesse oblige, erano stampate su Politenata e non su Baryta Ilford che pure usavamo) colore del Vulture che adesso non c’è più.
Bunker con il tavolo, a latere televisione panoramix, e l’immancabile Mac, noblesse oblige pure qua, che fa il paio nell’altra stanza del figlio grafico di Sky. Mentre il portatile Winzoze come uso dire, dell’altro figlio l’usa come…televisore: digital generation.
E ancora bunker (spesso dico ai profani che vi entrano di comportarsi come si va in chiesa e il grafico figlio fa l’esatto opposto, chissà di chi ha preso…) della mia Cancelleria lo scaffalone dei libri e paio del dirimpettaio, con Enciclopedie e saggistica fotografica, sopra la mensola fianco a fianco alle Analogiche macchine cui si è detto. Ma più in là, nella nicchia ricavata che prospetta la cucina (non di solo pane vive l’uomo, no?) altra scaffalatura di classici e su tutti la Storia della Letteratura Italiana e Storia della Fotografia per i tipi, uso dire, della Einaudi. Vero che anche il comodino ne è pieno, finanche la testiera del letto, una volta fatta, come minuscolo scaffale, a contener libri anzi la notte. E riviste fotografiche a tonnellate che un giorno ho regalato alla Biblioteca Nazionale del Capoluogo della regione che si (s)fregia alla Giano bifronte di due nomi: uno aulico l’altro da servo curiale bizantino. Biblioteca dove c’è un piccolo reparto di classici su la Fotografia che ottenni all’acquisto con le “buone” dal direttore, che non fiatò anche perché quando doveva riprodurre sue cose le voleva solo e soltanto da me, sebbene fosse circondato di impiegati “fotografi” o in città da fotonegozianti che si fregiavano del titolo, uno addirittura cacagl’ o balbuziente come Ernesto Salinardi, ladro di fotografo; e un giorno lo vidi fasciato la mano armeggiando, immagino volesse aprire come scatoletta di sardine, il suo pisciatur’ (pitale ma qui in senso lato) Nikon digitale che odiava da cacagl’ come tutto il resto).
Libri che quando c’è stato e per molti anni il cielo congiunto alla linea dell’orizzonte con in mezzo chi scrive, e del tutto innocente, han fatto compagnia più e meglio del pane che a volte è mancato per la pusillanimità di “certuni” che oggi sono stati rinviati a giudizio. E poi certi altri, sodali di quelli, non pensano che il Tempo è Galantuomo. Sempre!

Man

Gli aerei di Mussolini…Majoli & Co remake Home di Fujifilm




Abstract
the project Home of Fuji is a pure remake beacuse one decade ago Olympus was brand for similar project named "A Day in the Life of Africa" who more international photographers tried and used Camedia E -20 and more compact as C 4040, experienced opinion the later 2013 born the mithical stellar flagship E 1 and new format Four/Third that current day is reworked in Micro 4/3 of Olympus-Panasonic-Leica



Dunque gli aerei di Mussolini. Una metafora che non si usa più sostituita da fraseologia Yankee. Tuttavia il concetto è semplice: rotazione così come gli aerei di Mussolini, sempre gli stessi, ad ogni parata in giro per l’Italia dove il Duce si beccava la “flotta” enorme e smisurata…degli stessi aeroplani che passavano e ripassavano nei cieli d’Italia e del regno d’Albania…una pietraia che se non fossero intervenuti gli “alleati” tedeschi. Ma fermiamoci qui.
E Majoli anche egli insieme ai sodali vola di qua e di là: una volta con Olympus** che per prima partorì l’idea (A Day in the Life of Africa) adesso dopo un decennio e spiccioli ci riprova con gli “aerei” della Fuji. Ahi perché abbiamo stima della casa Verde (Gialla Kodak Argento Agfa e Bianco Ilford che sono già un messaggio e lasciamo in pace almeno sta volta Mc etc etc etc) con l’uso negli Anni Settanta del secolo trascorso della G 690 la “piccola” Leica di Fuji, ecco, ma in formato 6x9. Sì avete ben inteso: dicasi sei centimetri per nove e mica il francobollo detto, di nuovo, Leica. E dovremmo ben dire di Velvia che ha ammazzato il Kodachrome come già scritto, con la differenza che la “Belvia” era (ancora?) per il Process E-6 ad ogni angolo di strada, mentre Kodachrome lo dovevi spedire in "Germania" o chissa dove e per vedere le dia alias slide, ci mettevi tempo: dieci giorni o poco più, ma una festa per gli occhi e per quelli del National Geographic che l’usavano per riempire doppie pagine che se le scattavi con il seisei o noblesse oblige, sì, buonanotte!
Majoli e compari in fine ché pure lui tiene famiglia: Franza Spagna purché si magna. Questo per chi non intende o ‘taliano è un sonante modo di dire che ha sfidato i secoli: dalle compagnie d’armi al servizio ora dei Francesi ora degli Spagnoli tipo Giovanni delle Bande Nere, chi pagava e tutt’oggi meglio. Ah questo oui/si che è nel Dna dei ‘taliani, altro che pizza spaghetti e mantolino. A proposito vallo a dire alle straniere genti che invece della consonante t ci vuole quella dentale…ecco per mangiare meglio! Besenisse is usual paisà e niente di nuovo sotto il cielo, che qui stamani nevica. Miracolo e per una città di montagna (!) dove da ragazzi ci facevamo i tunnel di neve, e il Comune Capoluogo pagava schiere di spalatori su la Main street d’intabarrate genti!

Man

Progetto Home Fuji

**Olympus

Un giorno nella vita dell'Africa progetto (qui tradotto da Google ché l’originale è ignota lingua orientale) e da scorrere tutta la pagina dove trovate il Majoli e le stesse facce ché tengono famiglia trasmigrate del precedente Olympus day al Fujifilm event; ma so’ stranieri e pensa se la cosa fosse italiana (a parte Majoli) da farci i titoloni: Mafia. Ma loro sono bravi boys e, come sempre, Pecunia non olet!
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Fotocamera compatta o reflex digitale: il fotografo della Magnum

Fujifilm camera alla "Leica"

1 G690
2 G690

Una giapponese carina



Abstract reincarnation of a little myth named Olympus Pen a new number P9 a very nice dream machine

A volte o vengono i titoli o te l’inventi: che s’adda fa. Olympus via. Vabbene sono “olympico” ma questo non vuol dire nulla, e non riceviamo cachet: bill and not pill…Insomma ne scriviamo in quello stato di libertà di cane sciolto come siamo venuti a formarci (spiace Cia&Mossad semmai un’altra reincarnazione, forse) nell’esprimersi senza filtri e marchette ché a questo serve una vita ben spesa fuori da ogni logica di profitto. Dite? Sognatore romantico don Chisciotte: il problema è vostro mica mio che abbiam spalle larghe.
Sia come sia qui la nuova (re)incarnazione della linea Pen che tanta fortuna ha portato ad Olympus e ben meritata.
Un salto a ritroso: Era Analogica, mezzo formato sorta di ante litteram Aps e qualchecosa. Vale a dire da un formato intero (qui 135 detto pure Leica) tagliato a metà da avere non più trentasei canonici scatti, ma settantadue. Wow si direbbe, mah un francobollo (riferito alla noblesse oblige Rollei da cerimonia reportage etc etc etc) all’interno di un altro? Beh non proprio perché un bel 18x24 o spingendosi al 20x30 cm bianconero veniva fuori - sotto ingranditore Durst 659 cui slitta ottica per 135 e sino al formato 6x7 o nove formato Mamya RZ e simili – ben più che decente frame per giornali e pure su timide gallerie alla Lanfranco Colombo, dove a dir il vero padroneggiavano immagini da banchi ottici o “piccole” 6x6 dette Rollei, certo ci mancherebbe e da Kodachrome 25 da farci i famosi seipertre stradali; anche il Cibachrome dal contrasto stellare che non è un complimento tant’è vero che la Ilford che lo produceva mise in commercio un Ciba (che stampavamo in camera oscura) a basso contrasto a sostituzione delle maschere di contrasto esatto opposto e contrario di quel che si fa in Pshop; Ciba stampato da Graphicolor in via de a Bufalotta a Roma Capoccia ma fermamose qua.
Olympus Pen analogica anni Sessanta che si reincarna in digitale cinquant’anni dopo, più e meglio di prima: miracoli, il caso di dire, della matematica binaria.
Certo mo l’attrezzo (uno in più) c’è ed a leggerne si dice bene considerato ci si può “attacare” (brutto verbo italico) le ottiche Zuiko che rivaleggiano, e forse ne riparliamo un’altra volta, con Zeiss o le blasé Leica: meditate gente meditate…

Man


Olympus PEN EPL9

Durst D659

Ciba



Ps. Capiamoci al tempo corrente ci sono materiali perlacei come e forse meglio dell’originale Ciba stampati però a “spruzzo" di injet: niente da eccepire sebbene due cose diversissime. Uno si stampava in camera oscura dove la materia alchemica: vero frammassoni? L’altro lo si stampa al corrente su plotter inkjet il “ciba meccanico”. E di nuovo se uno ha da dì qualcosa poi il supporto, ecco, nun fa troppa differenza. A parte certi soggettoni danarosi e sniffatori che ancora…insomma state sicuri che un bel Ciba interessante se lo cuccano a suon di soldoni.Ah a pensarci…but I'm a Free Spirit paisà

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