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Caravaggio (cum grano salis)

Vabbene però datevi na calmata così come il grafico figlio di Sky: Caravaggio aggiungendovi, guardando meglio a monitor Mac, e con rumore. Ah non ci eravamo accorti.
Ok go back. Il cielo è velato ma qua e là un raggio di luce pure arriva. L'aria è grigia ma non piove. In cucina nella fruttiera, come ad invito, frutta si direbbe di stagione. E ancor prima del caffè due mele e pera, che non si fa appena alzati mi raccomando, sono nella living room che è più figo che dire soggiorno. Tavolo lungo che sembra fatto apposta. Finalmente il sole, meglio una scherda, lama non eccessiva. Un panno per l'abbisogna a mo' di tovagliolo. Siché sul bordo del lungo mobile, sistemato il tovagliolo e la frutta il resto è nell'inquadratura sovrastante. Certo poi ci ha pensato un plug-in di Pshop Elements versione boh tanto è vetusto. Una sola prova del preset e il gioco è fatto: sopra sembra un disegno, ecco, tutto il resto e si vede è digital image. Finto vero direi verosimile. E Caravaggio? Buon'anima qui c'entra per puro lato B, infatti era interesse tutt'altro se non “fermare” l'attimo di luce. Ecco raccontare con niente il chiaro-scuro-elementi per la messinscena.
E il rumore? Daje prodotto dal preset che non dà per niente fastidio, anzi, valore aggiunto. Rumore che una volta sarebbe stata grana fotografica, decisamente su formato Leica al contrario su 120 o più ancora 10x12 per coloro che fabbricavano fotogrammi per chissà quale mercanzia per offset.
E qui per chi ne vuole gli echi che ogni bravo fotografo ( si vabbé) dovrebbe avere, certo, nel suo bagaglio o più background scritto così “veri naise”: storia dell'arte

Divisionismo
https://it.wikipedia.org/wiki/Divisionismo

Michelangelo Merisi in arte Caravaggio
https://it.wikipedia.org/wiki/Caravaggio


Ps. Camera Olympus E-510 formato 4/3 con ottica 14/54 (equivalente 28-105 in full frame) con impostazione manuale 1/20 f 4.0 a mano libera (con accessorio inventato a sostegno camera: no stativo no cavalletto) a Iso 200. Luce di finestra naturale (no window/bank) del giorno 11 Ottobre 2020 ore 7.45


Corpo E-P2 rustico e tosto che non pare e, via adattare a sinistra mette in contatto, letterale, il vegliardo f 14/54 2.8-3.5 Quattro Terzi; specchiante a destra il 12-50 con vetro ED e aperture f 3.5-6.3 equivalente passo full frame 24-100 millimetri decisamente factotum en plein air considerato gli f, anche se a cavalletto i file poi sono ben incisi. E peculiare dell’obiettivo lo zoom manuale o motorizzato secondo necessità, oltre alla feature di avere due tasti sul barilotto: Macro e spingendo una delle ghiere (zoom e fuoco manuale) per ritrovarsi un buon ingrandimento ( per l’abbisogna via adattatore il 35 millimetri di Olympus, che pisola da qualche parte, s'arriva al rapporto 1:1). Lente che ha componente ED già a suo tempo montato sulla C 5060 WZ e ancor prima E-20. Il seondo tasto L-Fn blocca l’autofocus


Linee per millimetro

Su Tutti Fotografi, uscita la prima volta nel Novembre 1969, a fondo pagine c’erano schede tecniche (da staccare e conservare) dedicate a pellicole e naturalmente MTF delle ottiche: un modo come altro per starnazzare a bar sport, o circoli fotografici, a dir vero poco frequentati a nostra latitudine: uno addirittura in specie di suttan’ (luogo al di sotto del calpestio) sottostante chiesa, cenacolo e fratellanza si ritrovava a parlare di fotografia: circolo fotografico per adepti del click e linee per millimetro. Certo all’epoca cosa importante per il formato Leica tirar fuori fino all’ultimo dettaglio da fotogrammi modulati secondo Oscar Barnack, su quello cinematografico in rapporto 3:2. E corollario, parliamo di bianconero trattato da sé (!) di acutanza di film-sviluppi etc. Mondo alchemico che Pshop oggi (usiamo Elements quante volte da scrivere, poi ogni tanto Lightroom per essere “in”) se la ride. A dirla tutta: se si voleva veleggiare oltre l'immaginabile allora bisognava usare Rollei e quadrotto formato seipersei, ma chi aveva i dané per simil cosa? Si il solito figlio di papà, come no. Vero le tedesche Pentacon Six ma è altra cosa, non foss’altro che un 50 luminoso su formato Leica ci si arrivava, impossibile 80 equivalente. E quindi cavalletto e le discussioni finivano intorno mezzanotte: tempi di contestazione e vi era urgenza di cambiare, nientemeno, il Mondo. E oggi di quei lontani fotografi alcuni portano il cagnolino a fare pipì ai giardinetti, e se li fermi manco ti riconoscono più (fan finta).
Era digitale va, Pshop o come vi pare tipo Gimp dalla beffarda mascotte Wilber (se ci date un occhiata tal e tanti tools da rabbrividire Pshop il fratellone grande si capisce) che a volte vi fermate a dire: com’è possibile che un "fail" tiri fuori sta roba? Possibile possibile data la natura infinita dei numeri...si vabbè si fa notte.
Numeri delle mirabilia e per noi del formato Quattro Terzi & Micro. A farla breve. A fondo pagina i file: Old/14-54 e New 12-50 in formato Micro, mentre il primo è Quattro Terzi d’originale Sistema Olympus. La differenza di "cesello" si nota ad ingrandimento questo significare che, seppure via adattatore il Quattro Terzi che equipaggiava di serie la E1 prima Ammiraglia, non sfigura con il piccolo 12-50. Proporzione che richiama i "piccoli" vetri di Leica. E ci si ferma qui

OLD
NEW


Ps. Luce pomeriggio inoltrato senza tenda filtrante come al solito, gli Exif per i santommaso sono salvati con i “fail”



Stack or not stack

This is question forse così il Bardo. Vabbene da qualche parte bisogna pure cominciare. Certo per i cosiddetti pro della Milano da bere un “anticornonarico” basta collegare il banco ottico al computer, casomai con l’interfaccia Capture One Pro 20 ultima entry, così à la page, e il gioco è fatto. E fintantoché tutto è su lo stesso piano via con il liscio. Prblemi nascono, e non altrimenti per leggi ottiche, quando sul set compaiono più attori, o oggetti che di still life parliamo. Quindi diversi piani, e per farli tutti a “fuoco” non basta diaframmare al massimo (decadimento immagine). Anzi uno dice: ma se dopo un f 16 ipotetico i raggi che già si incasinano (diffrazione) per entrare nel pertugio dell’ottica, perché mai gli f 32, 45, 64, 90 o mi pare ancora di ricordare f 128? E co sti numeri, tuttavia, hai voglia, no? Proprio no. E si ipotizza un banco diecidodici, già l’ottica “normale” è un centocinquanta millimetri, un bel tele sul formato Leica, tanto a circoscrivere la cosa. Insomma un che di poco maneggevole a diaframmi chiusi (decadimento resa ottica) e ne abbiamo passato esperimenti su la Cambo montata su un mastodontico cavalletto Manfrotto che tirato su arrivava sino al tetto! Siché senza ulteriori numeri al lotto, diaframmatura che potrebbe fare al caso per un totale, ma se la composizione è più mignon i problemi là sono e lì restano. E poi se chiudi il diaframma di conseguenza aumenta il tempo di posa, inezia se ci hai il parco lampade: una volta faretti su Kodak 50 T(ungsteno) oppure su Epr-64 Bowens lampo del caso, che doveva scaricare una potenza non indifferente. A chiacchiere, sì, perché il trucco negli studi era di abbuiare il set composto e inquadrato, poi con otturatore su posa B o puristi T(ime) far partire scariche di flash a ripetizione; flashate che si sommavano per avere come unica botta del caso! Quanti esperimenti, grazie al flashimetro che per l’abbisogna dava il computo delle “aggiunte” per l’esposizione, e si era già provato su Polaroid, sorta di pre-view. Manualità ai limiti dell’acrobazia che oggi fa ridere. Tanto è vero che pochi puristi e distillati sedicenti fotografi vi ricorrono ancora, anche su camere elettronizzate al massimo: ricordiamo i primi modelli Sinar del caso. Restano tuttavia, sempre certuni fotografi, che attaccati alle Hasselblad elettriche, ecco, del caso o Mammamia (Mamya gloriosa RZ 67 d’antan oggi acquisita da Phase One) vivono felici di fare bella figura via Thetering con l’Art director immancabilmente femmina del caso, cacio sui maccheroni. Ma sempre più i fullfremmisti CaNikon con lenti shift, ottiche che in sedicesimo ripropongono i movimenti del banco ottico al fine di pareggiare i conti dei diversi attori giacente su piani del set. E qui sarebbe conclusa la disamina, e invece no. Sì perché tutto il resto della ciurma fa a meno di ottiche anzidette, Hasselblad e flash, odierno rentrée di lampade a base Led un tantinello scialitiche, o equivalente dentista, ahi; fotocamere attaccate a computer “teterizzati” neo cordone ombelicale ( si raccomanda l’arancione Tether Tools) per verificare all’istante che tutto è ok (!). Parentesi: con Raw e Pshop che tutto aggiusta, basta e avanza no? No evidente, chiusa parentesi. Insomma oltre i fulfremmisti c’è vita come su Marte?. Sì certo, anzi, lì fuori alla base della “piramide” fotografica volete voi? Un Maunzio che va, al solito, per la sua strada: senza flash e lampade (pisolano da qualche armadio) e manco full frame. Peggio ancora con vecchie ciabatte 4/3 da Paleolitico a base bit. Vabbene, e poi? Un programma come Helicon focus (ci) risolve il “pareggio” dei conti con ottica zoom in manuale anch’essa del Mesozoico. Ma lo si dice qui, se uno poi vede i file: che volemo dì ancora? Il manico pari la classe n’est pas de l’eau mes amis!

Immagine 1
Immagine 2


PS. I file allegati integralmente potrebbe benissimo vedere spazio su un Franco Maria Ricci d’antan; luce bank come si evince alla base del mezzo busto e figura di fondo? Tutt’altro luce finestra, letterale, e come base e sfondo due retro-cartoni utilizzatati, quando è il caso, per il cosiddetto fill-in; ottica 14-54 f 2.8-3.5 prima serie su l'immortale (chapeau!) E1 Olympus la nostra “protesi”. Associato un secondo scatto in verticale prodotto da pari ottica e malandrina Oly E 510 con Live-view feature molto più comoda

Pss. Nel novero dei sistemi di pareggio piani fuochi c'è anche l'interessante Actus Cambo e gli immarcescibili Novoflex, soffietti o macro motorizzate



Le prime Fujichorme 64T 4x5 RTPII diecidodici me le passò per una prova un collega stampatore che aveva minilab e poco tempo a disposizione. Il primo lotto in assoluto veniva dalla vicina Puglia mi pare, così a memoria, il grossista Antonelli in quel di Bari, mentre in giro regnava la Ektachrome 50 T(ungsteno) pure 160 Asa, odierno Iso; emulsioni per lampade e faretti a K 3200 non già flash, pur presenti in ogni studio e usati per il Belpaese su Epr 64 fra Todde (generatori costruiti a Milano) Bowens dagli ottimi monotorcia, Elinchrome e altro.
Il set simula ciò che sarebbe dovuto essere su brochure in formato A4 per una nota azienda nazionale, così l'amico fotografo stampatore notturno: sì, quante volte a sera inoltrata consegnati i rullini di negativi, subito la stampa, o lo sviluppo delle Epr 64 Ektachrome Kodak su formato Leica e, soprattutto, Zenza Bronica ottima alternativa alla Hasselblad.
Caricato lo chassis del test su la Cambo e con ottica centocinquanta millimetri il “normale” del caso, l'esposizione è prodotto da due Nitraphoto (grosse lampadine opalescenti) una per lo sfondo su la sinistra, l'altra a destra per dare “rotondità” alla scena. Su la sinistra la sagoma in cartone di cuccuma e filo di latte della stessa materia con “schiuma” che è pezzo di batuffolo per l'abbisogna


Ps. Milano da bere, città decisamente virale in tempi andati era “tarata” su materiale Kodak(chrome) e la difficoltà della Fuji di farsi degna strada, cosa puntualmente avvenuta e succhiatasi sin all'osso Kodak, era dovuta essenzialmente al diverso tempo di sbianca-fix: due minuti in più del classico calderone E-6 (forma di pensiero unico anch'esso). E poi perché le riviste poco gradivano, ne ricordiamo Bell'Italia quando provai a mandare un servizio su due plasticoni (poco più di un formato A4 in plastica opalescente con tasche per contenere 20 telatietti 135) proprio perché “tarati” sul Kodak e non già su Fuji; fintantoché non arrivò ordine dalla Amerika: contrordine compagni, dissero, d'ora in avanti (Bel)Velvia 50 l'anti Kodachrome che ne decretò la fine poiché si trattava, la giapponese dagli splendidi verdi riprodotti, ad ogni angolo del terraqueo, nel calderone E-6 si capisce. La superficie, lato emulsione, del Kodachrome è a “sbalzo” cesellato e si nota subito, così l'impressione della Velvia 50 Asa/Iso




Archivi della memoria

Serie di seipersei Rollei d'anatan riesumate nel sistemare l'archivio analogico trasposto in digitale; quando immagini simili sul finire degli Anni Sessanta erano etichettate o incasellati su riviste di fotografia nella categoria “terza età al sud”. L'importanza del casellario veniva, secondo questi maître à penser, prima di ogni altra cosa e come cassetta di lepidotteri infilzati.
Tuttavia qui preme ricordare di come, anche con una poco agevole Rollei, era possibilissimo costruire “storie” con meno di niente, poi in camera oscura il quadrotto fotogramma sotto ingranditore Durst poteva essere “tagliato” e riquadrato secondo necessità o gusto espressivo personale con tutta la “nitidezza” degli Zeiss a corredo delle Rollei. La pellicola una collaudatissima Agfapan 100 trattata nel calderone (non era ancora in uso le tank su rocchetto nylon alla Paterson) Kodak, in lunghe vasche verticali termostatate e da 35 litri di sviluppo, che a cadenza di materiale negativo bianconero trattato, si provvedeva ad integrare con pari quantità di soluzione fresca

Ps. Il formato Leica noto come 135 aveva ed ha controparte, simil colonne di Tempio, nel codice 120 che significa Rollei anzitutto, Hasselblad Mamya etc verrà dopo, e diversamente da quello si utilizzava per cerimonie in particolar modo, e cronaca tout court. E presso Foto-Agenzia Lampo dove chi scrive ha fatto gavetta, in sorta di Agenzia Carrese strapaese, a cadenza regolare capitava un giornalista che firma il pezzo poi infisso con le foto su la bacheca anodizzata della Pretoria o Main street cittadina, e il giorno seguente, via fuori sacco postale su la tratta per Bari, le pagine interne della Gazzetta del Mezzogiorno (a volte il Roma, Mattino di Napoli o Tempo della Capitale) cui redazione cittadina era a pochi metri di distanza.



Acqua calda, sì, ma non troppo

Infatti solo per il primo bagno: ok non si parla di mare e annesso “lavaggio” acquatico. Qui ci si riferisce al trattamento fotografico del 135 (detto formato Leica per ovvi motivi diciamo di copyright) e 120 altresì detto dalla primigenia che l'inventò, ossia Rollei, poi a seguire Hasselblad Zenza Pentacon Mamya solo per citarne al volo.
Materiale analogico da trattarsi nelle mitiche tank Paterson e sue rocchetti impossibili in nylon. E per i fiorellini appena sbucati, quelli che vengono abbindolati dalla giostra per gli acquisti corrente bianconero ché il digitale non tira più, prestate orecchio. Infatti le prime spirali dove avvolgere in completa oscurità (!) le pellicole poi da trattare, erano senza “rampa” di innesco. Poco male per il 135: una tragedia per il 120, da scartocciare al buio e provarci non senza ripetuti astemma (imprecazioni o meglio blasfemia a questo e quel santo non meno che le terga di mamme terrestri e celesti!). Tant'è vero che la Paterson poi venne in soccorso con spirale alettate “giganti” dove far passare alla grande sempre il 135 e senza blasfemia accessoria il formato 120. Altri tempi.
Ora saltato a piè pari il consiglio per gli acquisti (se uno sta da mane a sera a smartphone e detti “social” e a mai visto de visu il Mondo in bianconero, l'unica cosa che capisce è il trandy la corrente moda bianconero by Usa e getta per l'appunto) il processo di sviluppo dell'argenteo rullino 135/120 è una relativa passeggiata: leggasi il Negativo di Ansel Adams o vecchi tromboni alla Feininger “Libro della Fotografia” dove pur ci siamo formati su quando era l'unico modo ante Internet natu, libro in traduzione italiana e che non cambia codifica binaria tipico dei vari OS ma che si può leggere e senza alcuna presa di corrente (!) da qui all'eternità. Potenza della carta stampata!
E dunque trattamento chimico/alchemico che prevede uno sviluppo bagno intermedio di sola acqua, o secondo certuni canoni addizionato con Acido Acetico Glaciale: na puzza indicibile! Infine il fissaggio, che diversamente da altri canoni, non è come per il trattamento carta carta fatto di un pre-fix o chiarificatore, e fissaggio finle: na rottura di...
E invece cosa accade per il revival dei cretini in bianconero che fa tanto moda? Alla vaschetta perfetta di Paterson, cui inserire più spirali/film contemporaneamente, di base due 135 alla volta, han tirato fuori uno scatolotto en plein air. Vabbene ma il costo è di 150 euro, poco più poco meno. E con quella cifra comprate una multi tank Paterson, cilindri in plastica graduata per chimici e...vi divertite anche! Gioco come altro così vi vogliono la giostra degli acquisti.
Ah già sti furbacchioni di “invetor” scoprono l'acqua calda, si, perché una soluzione originaria era la vaschetta Agfa Rodinax Daylight: niente di nuovo sotto il “sole” massonico si capisce!

Man fotografo sin dal 1969


Ps. Libidine voleva all'epoca di trasmissioni via telefax degli avvenimenti di cronaca, già anatra zoppa la fotografia rispetto al tubo catodico, tout court quando i reporter in zone di accadimenti rientrati in albergo, nelle toilette attrezzate per l'abbisogna si apprestavano allo sviluppo del bianconero da teletrasmettere: i più very fine con trasmittenti portatili plugin e presa doppino telefonico mentre il resto della ciurma si recava presso trasmettitori pubblici e/o di sedi distaccate dei giornali per cui lavoravano. E c'erano tecniche, rintracciabile su vecchi numeri di Progresso fotografico e Tutti fotografi così a memoria, con doppia libidine e fiocco per trattamento del rullino 135 già nel suo caricatore (!) in bicchiere (!!). In seguito e con tank ordinaria il prezioso e azzeccatissimo Mono-bagno, vale a dire sviluppo e fissaggio contemporaneamente: terminata l'azione chimica del primo interveniva il secondo. E la Ornano chimica italiana in Milano (dalla stazione centrale si vedeva il cartellone pubblicitario) offriva il suo Monofino ST 47...quarantasette? Ah bella questa, si, perché nella Smorfia è...il Morto che parla!

Pss. Si è detto che il trattamento del bianconero è in tutto e per tutto assimilabile a rito alchemico, da perdersi solo all'inizio per le innumerevoli variabile, Ansel Adams docet, e diluizioni e marche e scuotimenti di tank e l'ibibente finale il bagnetto della pellicola per essiccazione perfetta e senza macchia di calcare: temerario e temibilissimo per il piccolo 135, inutile e fuorviante per il gigante 120 alla Tazio Secchiaroli e dei Paparazzi di tanti estati fa!

Noblesse oblige





Anche in tempi analogici pur di sbarcare il lunario ad ogni costo s’inventava di tutto e di più, e certi brand(y) poi: la solita infernale macchina del danaro! E volete voi? Ante cosiddetti slide show (niente a che vedere con Ppoint o l’emulo Keynote aziendali, ma dei “filmati” a tutti gli effetti, immagini fisse ma in “movimento” il loro must) bisognava usare i famigerati Carousel di Mammasantissima Kodak, o altri diaproiettori come ne avevamo e sincronizzati in numero minimo di due. Una faticaccia con Triac & ballac’ e lentezza indicibile, ma ne valeva la pena (!) quando in dissolvenza compariva la “terza” immagine: oh paisà non è che quando parlo con te bisogna iniziare sempre da Adamo ed Eva…motorizzati su Internet e se ti fa piacere cerca e vedrai, ecco, di cosa veniamo dicendo.
Erano in definitiva e non altrimenti immagini, sì, in dissolvenza da 135 o formato Leica che dir si voglia e mica mastodonti 120 detto formato “professionale” seipersei. E volete voi? Hasselblad scese in campo con un carrarmato di diaproiettore: chi l’ha comprati (regine imperatori?) e mai visto in funzione è Mistero misterioso, c’era a catalogo e tanto basta. Certo a dir vero usavamo anche un Rollei seipersei per “didattica” di poveri figli delle scuole superiori, costretti a sorbirsi l’immagine “fissa” ma seipersei e commenti di certi relatori da ammosciare anche il più turgido degli “argomenti” maschili!
Hasselblad in particolar modo spacciava sta storia dei proiettori seipersei come ineguagliabile nitidezza (!) quando poi al cinema su schermi a metro quadro si proiettava film girati in trentacinquemillimetri, e mai nessuno a dire della nitidezza (!) manco il più imbecille dei critici. Noblesse oblige quanto vuoi ma le allora multivisioni su Carousel Kodak erano, e restano, imbattibili se rimaniamo in ambito analogico. Viceversa in digitale siamo alla libidine con fiocco e contro c…E in ambedue i casi niente mai potrà eguagliare l’immagine fissa ma in “movimento” su qualsiasi streaming presente e futuro: questione di forma mentis dell’umano(oide). Certo quando i robot li sostituiranno, sempre l’umano(oide, beh ma allora…

Man


Ps. A scuola elementare negli anni Sessanta trascorsi avevamo l’obbligo (ob torto collo) di assistere alla “diaproiezione” con dei cosi somigliante a piccole stufe grigie verticali, con obiettivo e porta “filmine” la striscia di non si sa quale formato che il maestro faceva scorrere attraverso feritoie. Immagini forse di “africani” martoriati dalla fame (prodotta dall’Occidente, noi) o angelicate figure di mistici: frati suore, che ancora come l’odierno non si “accoppiavano”. E non ne ricordiamo una: sarà per questo che la legge del “contrabbasso” così chiamavamo i gironi del rosacroce dante che mi ha portato a farne di “filmine” e più generale fotografie. E pensare che mi piaceva il lavoro di mio padre: rubivecchi (la Crusca Accademia dopo b pretende manu militari la vocale o, ma lo dimo alla romana…). Senonché lassù e vai tu a sapé il Karma…




La giostra degli acquisti. Vendete sti benedetti ghiaccioli agli Eschimesi o, controcampo, aspirapolvere ai Tuareg del deserto: ma si può? Eppure se n'è letto di tutto di più (Photokina ultima) come quella cazzata a man salva, ultima in ordine di comparsata L-Mount e relativo salto fantasmatico Full Frame (rapporto esoterico 3:2) che poi sempre a detta di questi “inventori” rappresenta solo il 30% del Market(ing) mentre il restante è mirrorless 4/3 formato micro (esoterico pure questo) e Fujinate Aps-C e varie.
Sony poi pare voglia fare il terzo incomodo alla CaNikon: de gustibus. E in tutto questo gongolano i brand(y) iPhone Samsung Huawei...Pantarei, no? No macché come prima più di prima! Sebbene: “owner after I too was suckered into following the mindless herd over the cliff. It was largely a mistake.”

Sony’s Full Frame Pro Mirrorless Was a Fatal Mistake

Man


Ps1 Panasonic micro quattro terzi con l'avvento del formato consortile L bayonet pare si dia sui maroni: sì perché le sue camere e fortuna commerciale è costruita su lo standard inventato da Olympus, e zitta zitta pure Leica si è fatto fare macchinette in sorta di franchising su pari baionetta: quindi vedete un po' voi le contorsioni della fine d'una Era sotto l'avanzata delle Valchirie wagneriane (mitica scena di Apocalypse Now) alias telefonini cine-fotomatografici, ecco

Ps2. Una volta si fotografava di tutto e di più in analogico e con le macchinette (spesso donate) dai padri se non dei nonni, in sorta di staffetta tra generazioni, e più o meno Leica & Rollei tanto per capirsi, sebbene certe folding di Zeiss e moltitudine di consimili hanno immortalato il Novecento tutto: testimonianza non il Cloud (Cia&Mossad) che a giorni dispari perde i dati (!) e se ne legge a web, bensì cartacei album familiari o meno custodi della Memoria, senza scomodare Orwell. Si fotografava di tutto e di più in analogico. Oggi si gioca. E dove il giorno prima dovevi dannarti l'anima a tirar fuori una qualche buona immagine generalmente bianconero dal “formato leica”, al passo odierno tutto finisce su gli stramaledetti smartphone e per i nostalgici il desktop (anglolatinismo). Cinquepollici portatili dove è difficile capire la pesantezza dei minchiapixel fullfremici o appieseci. E uno dovrebbe far contento la giostra degli acquisti con l'ultima corbelleria via Photokina? Detta in breve: Panasonic-Leica-Sigma L –Mount. o full frame però senza specchio CaNikon (con adattatore per passate lenti!) e pure Sony. Cazzate riverberano così dalla bocca di un prof. Sartori che fu. Una volta si fotografava di tutto e di più oggi ci si trastulla con gadget mentre riecheggia lo spot della Loren: “E accatevil...” solo che quello era prosciutto, buono anche su gli occhi, al corrente per altre parti anatomiche!




Ektachrome come no. Film cavallo di battaglia di tutto il personale archivio diacolor analogico Epr 64 Pro formato Leica (nome in codice 135) e solo numerazione in 120 per la compianta Zenza Bronica SQ e Asahi Pentax 67. Diapositiva e spieghiamo per i minchiapixellisti venuti su come funghetti a fregiarsi di “fotografi” pensa te.
Dunque nella lista di Mammasantissima Kodak ci sono state con pari numerazione la "normale" diacolor e “pro” che differivano per fisime pubblicitarie. Sì perché all’atto pratico, quel che contava, nessunissima differenza. Ma le “pro” volevano il frigorifero per stoccaggio le altre no: fisime come prendere il ghiaccio artico per i drink dei neo parvenu casomai con occhi a mandorla. La differenza poi tra scatoletta tutto-giallo Kodak della “pro” si contrapponeva al cuneo blu su fondo giallo per l’altra: colori questi come il diavolo e l’acquasanta opposti fra teorie additivo e sottrattivo!
E la resa poi? Molto gradevole con il difettaccio che le ombre Ektachrome, di qualsiasi natura, venivano di blu elettrico! E allora la stampa ammanigliata dei tengo famiglia cosa suggeriva? Diabolico manco i cani: metteteci un bel filtro ambrato a scaldare il blu-ombre, e mica per la pellicola noooo, bensi proteggere la lente: che tenerezza prezzolata e disinteressata anche se il paraluce l'han inventato per questo. En passant qualcuno ricordi pari cosa con la famigerata M8 e “varianti” di Leica…a suon di bigliettoni. Ci torniamo, parola.
Comunque sia la resa della pellicola Ekta era più che buona compresa la grana: capiamoci. Tra le fisime tramandateci, la grana chiamata Kodachrome 25 Asa poi 64, e anche 200 era parola del National Geographic. Allora capirete che "senza grana" girava il postulato, assurdo naturalmente: senza ricordare che il Kodachrome lo trattava soltanto Mammasantissima Kodak, alla faccia del libero mercato e monopoli! Siché bisognava spedirlo fuori Italia, mi pare in Germania e/o Francia, noi usavamo il canale del grossista locale, per ricevere indietro dopo quindici giorni circa lo scatolotto giallo (!) della Kodak “gialla”. Diapositive prima in telaietti cartonati poi di plastica con data impressa, ah finesse…de Kodak!
E volete voi? Nelle pseudo agenzie italiote tra cui la decana Grazia Neri, passata a miglior gloria, nella Milano da bere, storcevano nasino per il formato 135 Ekta per non sentirsi offesi ( lesa majestatis) ma quando gli si mostrava i plasticoni Ekta 6x6 o codice 120 quasi a dire: eh così non va perché lei diventa pro e noi manifestiamo la vera natura di…cioccolatai!


New film Kodak

Man


Ps Colpo di grazia della verde (colore istituzionale) Fuji a Kodak avvenne con la stratosferica Velvia 50, da pronunciarsi Belvia che infatti tale era, da trattare (diversamente dal monopolio anzidetto) però nel beverone E-6 i chimici di trattamento ai quattro angoli del mondo e…salumerie. Il cosiddetto “standard” per il trattamento delle Ektachrome, Agachrome (seconda serie che la prima si poteva trattare a casa come prossimamente si dirà) etc. Standard tarato manco a dirlo sul giallo Kodak. L’orientale Fujifilm Velvia aveva bisogna, però, come si poté dimostrare trattando le diapositive Ekta in proprio con bagni Ornano perfettamente integrabili a quelli di Kodak a prezzo molto conveniente, nella Jobodrum termostatata e di una bellezza unica, della sbianca-fix a dodici minuti, quando i service/salumerie si fermavano a 10 pro cicero Kodak. E quei imbecilli di Progresso fotografico (fottografico no?) a lamentare in test manco fosse la Bibbia certo “velo” magenta…disonesti e tangentisti. E malgrado tutto sto fuoco di sbarramento la “belvia” venne fuori comunque. Anzi da Oltreatlantico il Kodachrome del National fu posto in soffitta: ohé compagni d’ora in avanti solo Velvia per doppia pagina di giornale senza “grana” che noi ameri + cani così diciamo e vogliamo manu militari. Minchia. E così tutti allineati e coperti. Pure Progresso fotografico (fottografico?) si adeguò con lauta mazzetta, espressa in Yen al posto di $: così va il monno paisà. Dicono si capisce.

Pss Ora Kodak (ma non era morta?) reintroduce la New Ektachrome per fuffa, moda ché i giovani allevati a smartphone facebookini instagramatici…manco immaginao. Infatti trapiantare ex abrupto una tecnologia “vecchia” nel vivere odierno dei McDonald’s è escamotage pubblicitario. Vivere e sentire analogico è categoria dello spirito e altra dimensione spazio-tempo che nulla sparte con il digital corrente. Tant'è vero che i fotografi o sedicenti tali d’Era analogica possono convivere con i bit, al contrario da questi arrivare all’analogico è impossibile se non immaginando, ecco, un mondo virtuale e allora…
Stessa cosa en passant per il bianconero che non è la desaturazione instagramatica e assimilata Pshop, manco i plug-in pro di conversione a dir vero, quanto un vivere e sentire in bianconero e si rilegga al riguardo Berengo Gardin: ragazzi fatevene ragione. Belle foto in circolazione virtuale sui cosiddetti “social” (perché mai monocromo alla yankee ma go home da sessantottino impenitente?) ben composte, ma è altra cosa dal rituale della camera oscura…chiedetelo ai latotimsisti alla Giole Magaldi del Nigrendo-Albedo-Rubedo o la Magnum Opus, ohh in mancanza vabbene pure l' Opus Dei per chi intende che il numero della Bestia…

date » 23-08-2018 08:53

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Sega di Leica. No non è un salto vocalico: è voluto. Dopo la scomparsa dello Lcd (se solo avessero seguito la strada della Epson R-D1 con visore ribaltabile a scomparsa) nel modello M-D un obbrobrio han pensato i Crucchi con il chiodo (ancora sull’elemento) dell’Era analogica. E adesso la Signora (in gutturale teutonico l’impossibile dittongo ei si pronuncia ai come Laica, tuttavia se lo si pronuncia alla francese pure accentando la finale, benedetti transalpini, la preferiamo!) delle telemetro mo’ fa sparire il “bollino” rosso cui interno s’iscriveva il nome Leitz in quel di Solms una volta Wetzlar.
Siché alla “discreta” cifra di 8000 $ vi fate un corredo digitale con i controfiocchi, comunque si scelga, e alla Leica gli fa il gesto…dell’ombrello.
E dicono pure che quella vite faccia a vista fra oculare e finestra telemetrica sul frontale della M-10 P è un fatto “minimalista” più che altro un chiodo in testa (come sopra) visto il prezzo che non ha giustificazione alcuna se non il cosiddetto “allure” d’antan: per cortesia le foto, le foto eh!

Man

Ps. Una M6 versione analogica la provammo giusto per qualche fotogramma dalle mani d’un amico che cambiava fotocamera una a settimana: adesso la mattina presto lo si vede per il centro cittadino mentre porta il cagnolino…da pensionato


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