Manunzio


Linea d’ombra

Quella linea che, vista da certa distanza, fa sembrare nette o meglio distinte due zone di chiaroscuro. Una pia illusione tanto basta andarci vicino, metti un paesaggio, e le cose si fanno dannatamente più “sfumate”. Un rompicapo non c’è dubbio e senza rimedio. Insomma come quando con filtro radiale si fa una photoshoppata qua e là. Poi ingrandendo…
Una discesa vista dal basso è pur sempre una salita, no? Ecco dipende e anche perché siamo tristemente abituati, di nuovo, all’abitudine che è ‘na brutta bestia. E chiudiamo: provatevi a salire con il pensiero ovvio, su la stazione orbitale intorno al condominio chiamato Terra: ‘mbé direte? Lì in quella condizione non c’è tempo, non esiste allo stesso modo come lo si passa (scorre?) qualche metro sotto. E non essendoci alternanza di giorno notte, prima dopo, estate inverno…Ma non tutti salgono su Iss vabbene, resta il fatto che per “convenzione” qui terrestri diciamo questo e quello e tempo connesso pure.
Linea d’ombra per un fotografo dovrebbe essere di primaria importanza capirne la portata, non certo passare il tempo in trastulli ad aggiustare, chesssò, la grafica del sito cui uno ci tiene a far vedere questo e quello di sua produzione fotografica (siam pur sempre un Diary che si occupa in modo maldestro quanto si vuole, e pur sempre di fotografia). E casomai pagando chi, secondo convenzione, è un professionista del tubo: catodico e che avete capito. Pensate ad cretino che si veste à la page: very fine ma sempre cretino resta. E d’altronde in un orizzonte nichilista, la scatola o contenitore diventa “giocoforza” contenuto. Scatole vuote? E cosa sennò: e accattatevill’ nu bel grafico che, a pagamento come le puttane, vi imbelletta il vostro sito: ma se siete cretini glorificati (il massimo)? Cretini restate però con allure…
Presa da lontano stamani, poiché ci sono immagini che non si possono prendere, né oggi né mai neanche con ricorso a tutte le figurazioni retoriche che, tuttavia, lasciano il tempo che trova e non per tutti i palati. Immagini che si parano davanti che manco ci puoi provare a “descrivere” con il linguaggio curiale (non tanto quello romano quanto proprio di chiesastico) per antonomasia: scrittura.
State per i fatti vostri e svoltate il cantone che corre verso la strada in discesa, ci proviamo, e davanti e non saprete mai i volti, sei ragazzi adolescenti, uno dei quali con capelli alla Mohicani. Camminano. Si urtano. Chiacchierano. Zompano. Uno saltella mentre pochi passi dietro s’arranca, nel vero senso della parola, uno spastico che già fatica di suo e tener dietro il sestetto. A quella vista le cose di fanno come la linea d’ombra, da certa distanza, mentre a due passi tutt’altra raffigurazione. Allora diventa difficile mettere bene a fuoco, proprio così anche l’occhio a volte erra, mentre si affastellano nella mente altre immagini, nell’attimo in cui su la discesa il gruppo si dissolve. Linea d’ombra che ritorna “netta” nel momento in cui, da uno spiazzo lungo la discesa, a sinistra i sei che vanno (dove?) a destra a discreta distanza si carrea (proprio come un carro che avanzi lento per sua causa) lo spastico sotto un cielo clemente di Gennaio. Ecco come un semplice “quadretto” di vita non può ora e mai entrare nel mirino di una qualsivoglia digitale: e come potrebbe? Quanto alla scrittura, ci abbiamo provato e più di tanto…così come ad un amico all’uscita di sala cinematografica a parole “descrivi” ora questa scena ora quell’altra, e l’amico sta dietro le chiacchiere, annuisce per compiacenza, a meno che pure lui entrato nel cinema…

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